Recensioni

Partiamo dalla fine. Dall’attacco della conclusiva All The Same e di come sembri di ascoltare i Sonic Youth più pacificati, con alla voce un Moore adolescente e privo di distorsori intento a cinguettare su un tappeto soft psych-rock. Sensazione fugata all’arrivo di un ritornello che è pura summer music malinconica e sognante. È così che i Real Estate si offrono di nuovo ai propri fan. Con un album che non a caso ci arriva in un autunno insolitamente estivo per temperature e suggestioni, pronto com’è a rilanciare le ormai solite reminiscenze estive fuori stagione. O meglio, adatte ad ogni stagione, come se lo scorrere del tempo non inficiasse la percezione di quella endless summer pop-oriented di cui Mondanile & co. sono forse i rappresentanti più felici.
Il trademark di quello che era un progetto a tempo perso e che invece sta recuperando posizioni su posizioni non solo all’interno dell’audience indie, ma anche in quella delle carriere dei suoi autori (Martin Courtney e Alex Bleeker completano l’allegro terzetto), è rispettato in pieno. Sixties-pop chiaroscurale, dal retrogusto ora amarognolo (vedi alla voce Green Aisles) ora pienamente aperto e solare come in It’s Real – primo singolo e florilegio di chitarre twangy e coretti conciliatori col mondo intero – a dimostrare l’attrazione per una forma-canzone compiuta, priva di limitazioni temporali, a tutto tondo sia per referenti (non più e non solo Beach Boys, insomma) che per immaginario sfocato e nostalgico (le reminiscenze dell’adolescenza nella suburbia con tutto il corollario di esperienze). Roba terribilmente appiccicosa, a dirla tutta. Segno di grande capacità di scrittura (appannaggio di Martin Courtney), e capacità evocative sulla base di una musica che più semplice non si può.
Non cambierà il mondo, ma probabilmente contribuirà a rendere meno freddo questo autunno che non vuol arrivare. O ad allungare una estate che da quelle parti sembra durare in eterno.
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