Recensioni

A chi non conoscesse gli antecedenti, il fatto che uno dei musicisti più inglesi di sempre pubblichi un disco intitolato come il più classico dei generi di musica USA potrà sembrare uno scherzo, con i versi d’apertura «I want to find my home / where the buffalo roam» a confermare l’impressione insieme al sound 100% prateria e big skies. Ma “Americana” non indica solo un genere musicale, bensì anche tutta l’oggettistica tipicamente USA, spesso fino a toccare il kitsch (come accade anche alla musica così denominata, peraltro); ed è per questo che Davies ha usato lo stesso titolo anche per la sua autobiografia pubblicata nel 2013: da buon musicista inglese, o semplicemente da buon giovane degli anni ’60, Ray ha subìto la fascinazione del mondo a stelle e strisce, dalla musica al cinema, al sogno americano, e sia il libro che il film rievocano i vari aspetti di questa fascinazione. La lunga storia del rapporto tra uno che scrive potenziali inni britannici come Waterloo Sunset o Sunny Afternoon e un mondo che negli anni ’60 bandì il suo gruppo proprio quando questo avrebbe potuto monetizzare la gioia con cui gli americani si facevano “invadere” dai gruppi inglesi (tranne che dai Kinks, a quanto pare), salvo poi accoglierli negli stadi nella loro fase muscolare e hard di fine ’70 (che si riscontra anche nei tremendi dischi solisti di suo fratello Dave di quel periodo). Un mondo in cui il Nostro abita da molto tempo (e dove ha anche ricevuto un proiettile da un ladro) e che da circa un secolo affascina l’Occidente coi suoi sogni e col suo immaginario.
Il disco riprende alcuni temi del libro delineando la visione dell’autore sull’argomento attraverso una serie di quadri, e anche se ad accompagnarlo ci sono nientemeno che i Jayhawks, non è tutto America quello che luccica nella prateria: l’umorismo e lo sguardo satirico sono sempre i suoi, così come il distacco disincantato e tanti passaggi melodici (col mix USA-UK che qua e là dà come ovvio risultato un’aria Byrds). The Deal, per dire, è un mid tempo tipicamente Davies con cui l’autore mette in scena uno dei tanti presi nel sogno di un contratto miliardario, mentre Wings of Fantasy è il beat che diventa psichedelia.
Per il resto, mentre Louris e soci si limitano ad accompagnare tenendosi sul classico (con molta meno varietà rispetto all’ultimo Paging Mr Proust e facendosi notare solo quando Karen Grotberg duetta con l’ex leader dei Kinks in Message From The Road e A Place In Your Heart), Davies gioca col country (The Invaders, la delicata e ariosa title track) e col country rock (Poetry, tra Dylan e i tardi Replacements, o una rockettara The Great Highway), accenna working songs (Change For Change) e swing (I’ve Heard That Beat Before), per poi chiudere tirando le fila delle riflessioni: il sommesso talking blues di The Man Upstairs cita l’inizio e il riff di All Day And All Of The Night, poi si passa quasi senza interruzione alla recitazione, in Silent Movies, di un brano del libro dedicato a quando Davies incontrò Alex Chilton, per introdurre il valzer della conclusiva Rock’n’Roll Cowboys, col quale si celebra una delle più fortunate icone a stelle e strisce (il fuorilegge del rock, che chiama “cowboy” evidentemente per rimanere in tema), chiudendo con una domanda che coinvolge lui stesso, Chilton, gli altri colleghi e noi tutti spettatori/fruitori/drogati di cultura USA e di pervasività mediatica terzo millennio: «Do we live in a dream or do we live in reality?».
Un’operazione arguta basata sul gioco stilistico di mescolare il tè delle cinque e i vaccari, per raccontare un paese adottando la sua musica: nonostante qua e là si adagi senza scarti sullo stile che ha scelto di adottare, il disco risulta in generale riuscito.
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