Recensioni

Nei tre anni che sono trascorsi tra la prima stagione di Undone e questa seconda (distribuita su Prime Video lo scorso 29 aprile) ne sono successe di cose nel mondo. Senza andare a scomodare la guerra in corso in Ucraina, la pandemia di coronavirus che si è abbattuta sulle nostre esistenze a partire dal febbraio 2020 ci ha messo decisamente con le spalle al muro, costringendoci – chi più, chi meno – a riconsiderare e ripensare completamente il normale scorrere del quotidiano. In sostanza, ci ha costretto a immaginare una realtà alternativa, anche se terribilmente insopportabile. Appare quindi perfettamente logico e naturale che, pur continuando nella sua ricostruzione di universi che cadono a pezzi, i nuovi episodi di Undone abbiano al proprio centro la ricerca delle origini famigliari e sentano il bisogno di riconciliarsi con il proprio passato, fatto di scelte discutibili e non sempre irreversibili.
Lo spunto, tanto affascinante quanto le premesse della stagione precedente, vede la nostra Alma riprendere la narrazione dove l’avevamo lasciata, in attesa di una qualche rivelazione fuori da una caverna in Messico. Da qui piomberà in una realtà alternativa in cui il padre Jacob non è mai morto in quell’incidente d’auto che ha condizionato per sempre la vita della protagonista, condannandola a un’esistenza piena di infelicità e sensi di colpa. Tuttavia, non tutto è roseo come sembra. Il matrimonio tra Jacob e la madre di Alma, Camila, sta naufragando per un segreto tenuto nascosto da anni; in tutto questo, scoprirà che anche la sorella Becca ha doti straordinarie che le permettono di viaggiare tra i ricordi suoi e di chi le sta attorno (muovendosi nello spazio-tempo). Imbarcatesi in una nuova ricerca, Alma e Becca dovranno esplorare il labirinto dei ricordi della madre, per scoprire cosa nasconde; un segreto che è intimamente collegato alla storia della loro famiglia.

Ovviamente, le risposte con cui il primo episodio di questa nuova stagione investe lo spettatore potrebbero causare una sorta di perdita di quel fascino e di quell’ambiguità sostanziale che contraddistingueva la prima stagione, ma si tratta solamente di un’illusione. Con l’introduzione dei viaggi (o sarebbe meglio dire ‘salti’) nel tempo non si cerca mai di mettere una pezza a un’originalità intrinseca alla narrazione che non viene meno neanche stavolta; semmai, è la narrazione stessa ad acquisire una maggiore coesione e coerenza, sia visiva (magnifico il lavoro di Hisko Hulsing in regia) che emotiva. Temi come la malattia mentale e le disfunzioni famigliari acquisiscono un’importanza se possibile ancora maggiore e vengono messi nella giusta prospettiva, quella che porterà Alma ad accantonare definitivamente il proprio ego in favore di una stabilità che coinvolga non solo se stessa ma ciascun componente della propria famiglia. Lo stesso personaggio di Alma non è più al centro della storia, ma condivide il proprio spazio con le altre due grandi donne di questa epopea allucinata: Becca e Camila (per non parlare poi dell’ultimo atto, splendido, tutto dedicato a Geraldine).
Come esplicitato dal bellissimo finale, che rimette ancora una volta tutto in discussione (e in prospettiva, in perfetto stile dickiano), la felicità non si ottiene quando tutti i pezzi del puzzle vanno al posto giusto senza mai scomporsi. Il dolore e la perdita sono tappe essenziali per raggiungere la maturità e fanno parte di quel processo di comprensione dell’esistenza che ci permette di condividere le nostre esperienze con chi è intorno a noi. L’esistenza è fondata sui ricordi, quelli straordinari e soprattutto i più angoscianti; spetta a noi fare ordine nella nostra mente e non permettere loro di paralizzare le scelte future.
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