Recensioni

Ricordo bene che qualche anno fa, a Bologna, giugno ’22, assistevo a una delle tante tappe dello “Xenoverso Tour”, dove mr. Tarek Lurcich, aka Rancore, dispiegava sul palco le linee delle sue fantasticanze, del suo impazzito “cronosurf” tra dimensioni, tempi, luoghi, idee, confini, realtà. Ricordo che, circa a metà della scaletta, tra un Ombra e un Federico, tra un Freccia e un Eden, Rancore confessava: “Ultimamente sto andando dallo psicologo e sto impazzendo ancora di più, quindi nel prossimo album aspettatevi di capirci ancora meno”. Ridevo. Come è possibile oltrepassare lo xenoverso? Uno spazio dove non esiste distanza tra boschi con fate e gnomi, spazi sintetici, fogli di carta, zombie filosofi e ombre? Davvero si può fare un altro passo avanti dopo aver demolito la realtà attorno a sé? Dopo aver smantellato tutto e tutti?
Quando il folletto romano — sempre incappucciato, serio ed ermetico nella presenza, bambino e sognatore nella pratica, irriverente, giocherellone, appassionato nel proprio approccio alla scrittura — ha annunciato Tarek da colorare con il singolo Fanfole, già avevo capito tutto. Avevo capito che il capolinea non avrebbe potuto essere l’escapismo, bensì il ritorno da questa condizione: la rifondazione di sé dopo lo smantellamento.
Così, trovatosi senza colori in un mondo in bianco e nero, Tarek ha dovuto prima staccarsi dall’io e sognare nuovi spazi, per poi tornare a colorarsi come gli pare e piace. È l’ultimo dei nubivaghi e dei “bambulti” come scrive nel singolo di cui sopra, maestro delle cerimonie, sosia di sé stesso, il rapper al rovescio. Nel suo nuovissimo LP, il sesto, Tarek continua, da buona scheggia impazzita, a girovagare tra infiniti cambi di prospettiva, trucchi narrativi e snodi concettuali. Lo fa in mezzo a una realtà che tenta di abbattere, mentre una sinfonia ancora più ampia di quella xenoversiana costruisce probabilmente il miglior tappeto sonoro della sua discografia, il più versatile, stimolante e sofisticato.
È l’album della riappropriazione. E, come tale, è frammentario e — proprio come il percorso Prisoner 709–Exuvia–Orbit Orbit del collega Caparezza — dimostra come rap intellettualizzato, esistenzialismo e crisi d’identità vadano a pari passo in una nuova ricerca di sè che, guardandoci un po’ intorno, sembra accomunare tutti i “vecchietti” dalle tendenze più sofisticate (vedi Danno e Willie Peyote, oltre al già citato Caparezza). Che sia la fondazione di un nuovo “post-rap” dedicato a un io che non sa più chi è? Anche sul versante mainstream, l’ultimo disco di Nayt e quello in uscita di Madame ci danno più di qualche spunto di riflessione.
E tutto, pasticciato com’è, iper-dettagliato com’è, sublime com’è funziona a meraviglia, che quasi non ci si crede. Tarek da Colorare è intenso e divertente, leggero e incastrato, commovente da svuotarti, profondo da perdercisi, stratificato come pochi altri dischi, illuminante, onesto: probabilmente — forse esagero, o forse no — uno dei punti più alti a cui l’hip hop abbia ambito. Per colorarsi, Tarek sceglie il surrealismo di Serafini, la purezza e fragilità dell’occhio bambino, il mito dei “non-luoghi” e il suo opposto, la tripartizione freudiana di Es, Io e Super-io, l’iperrealtà teorizzata da Baudrillard (anche se il nostro, confessa in Neminem, di quest’ultimo “nun c’ho capito un cazzo”) e un proprio, peculiare culto religioso: stimoli di un nuovo “codex” su cui rinascere.
In questo intento, l’elettropop rimbalzoso e meta-linguistico di Fanfole è la miglior introduzione possibile: Rancore inventa, distrugge, rappa in arabo, sfotte, si auto-critica e denuncia i paroloni della politica, con in mezzo uno skit impeccabile di Valerio Lundini e una citazione di pochi secondi a Schism dei Tool. È il suo modo — il più rancoriano possibile — di oltrepassare sé stesso e i limiti del linguaggio rap. E se parole inventate potessero spiegarci meglio certe assurdità del reale?
Si continua così, in questo alternarsi di lacrime, risate, silenzi sbalorditi e nuovi squarci narrativi, per tutta la tracklist, che rimane eterogenea, stimolante: mai troppo ingarbugliata da implodere su sé stessa, né abbastanza prevedibile da distogliere lo sguardo. Tarek, tornato dalla sua navicella, può finalmente riscoprire il genius loci della sua Roma in Roma non può, raccontando — assieme al tocco di Dardust, fatto di sognanti melodie di piano, sussurri sintetici e lento climax percussionistico — il mix di tradizioni, miti, difettucci, contraddizioni e falsità, aura e omologazione che rende la capitale il più irresistibile dei caos urbani. Il suo opposto, un crogiolo di interstizi e spazi di transito in una grande metafora dell’inconscio, si chiama Scale Mobili, ed è una sorta di splendida, tragica, post-moderna reinterpretazione del Porto Sepolto di Giuseppe Ungaretti.
Può, anzi deve, Tarek, tornare a riflettere sulla propria Pirandelliana ricerca di sé. E come farlo in modo più efficace di prendere il più celebre degli scontri individuo-alter ego nella storia del rap? Ne esce fuori Neminem, che per molti versi avrebbe calzato a pennello nell’EP La Morte di Rinquore, per le sue tinte boom bap e il suo approccio misto tra divertita masturbazione metrica e accartocciato scavo concettuale. Non è un caso che le atmosfere toccate siano proprio quelle dei classici di Slim Shady (The Real Slim Shady la più palese, ma anche Without Me, Drug Ballad e Kill You), per una scazzottata con sé stesso, al confine tra identificazione, maschere e annullamento dell’io.
La frizione di questo viaggio di disincanto e riscoperta, tuttavia, sta nella convinzione che il mondo che circonda Tarek, rimane, sempre e comunque, stabile e tirannico, subdolo e onnisciente. Il codice della Normalità, che porta a riflettere su su illusioni ed esoterismi, corruzione morale e — nuovamente — escapismo, come nella cinicissima filastrocca I fiori del male, dalla techno inzuppata altezza Arakno 2100 (dal sopracitato Xenoverso) e dall’ironico campionamento di Ci vuole un fiore di Endrigo e Rodari.
Mondo iperconnesso e distratto, che rende l’arte un sottofondo commerciale, un semplice passatempo. Rancore ne parla, esausto, in Basta!, il pezzo più meta-musicale in scaletta, che si autosbeffeggia con quel piano in levare tanto amato dal pop nostrano (vedi Quanto forte ti pensavo di Madame, Fuoco di paglia di MACE, Cartine corte di Salmo, e tanti altri):“Pensa parlare su questo durante il momento in cui mamma ti compra al negozio di intimo queste mutande / Pensa nel supermercato, oppure nelle stazioni / Poi quel locale sul lago, il medico, gli oratori / Pensa nella palestra, gli allenatori / E pensa alle musiche messe durante l’attesa degli operatori”
Gli esempi, di questa lotta, fioriscono: la struggente Divinità, che accosta il dramma del divorzio visto da un bambino alla perdita della fede; Codex Seraphinianus, che torna a citare Luigi Serafini e chiude il cerchio di Fanfole, con la sua mitraglia di surrealismo linguistico ed escursioni immaginative; fino a L’Italia è l’unico paese che, outro dalle pennellate trap su quell’inconscio rapporto tra blasfemia e ricerca di fede, dove la bestemmia non è altro che “l’ultimo baluardo” della preghiera.
Non so se Tarek si senta davvero “colorato” dopo aver scritto questo disco, né se il mondo sia pronto a capire a pieno questo passaggio. Forse no, su entrambi i lati. Perché se da una parte il genietto del rap continuerà a frammentare, dubitare, rifondare la propria identità — in quell’incessante desiderio di completezza mai destinato a saziarsi — dall’altro il pubblico, noi, ahimè, resteremo sempre infatuati dal vecchio codice Forse continueremo a ignorarlo. A gridare: “Basta!”
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