Recensioni

6.7

Al decimo album il rischio è sempre quello: ripetersi o forzare una svolta, magari più pop. Io individuo — per fortuna o per limite — resta lontano da entrambe le direzioni. Il nuovo lavoro di Nayt, pubblicato a poco più di un anno da Lettera Q e a distanza ravvicinata dal Festival di Sanremo 2026, non cambia pelle ma lavora sulla texture già costruita, con risultati centrati ma a tratti discontinui.

Non perché nelle tredici tracce manchi la qualità, tutt’altro. Il problema sta piuttosto nello scarto tra scrittura e suono. Il contenuto lirico, ancora una volta di alto livello, spesso fatica a trovare un tappeto sonoro all’altezza: le produzioni (coinvolti pesi massimi come 3D e Zef) accompagnano con buona fattura, ma raramente riescono a sostenere davvero il flusso delle parole, che finisce per debordare invece di dialogare con ciò che lo circonda.

Il punto focale del progetto resta la coerenza, già evidente in Prima che, pezzo che riassume tutto il concept del disco, in cui Nayt mette a nudo le contraddizioni di ognuno di noi senza mai assumere una postura giudicante, mantenendo invece uno sguardo analitico.

La voce — ed è curioso dirlo in un disco rap — diventa il vero filo conduttore del lavoro. Succede quando con la timbrica il nostro affonda i fendenti sull’industria musicale di oggi (“La roba pop degli ultimi trent’anni è una tortura / Per salvarla non è bastato Calcutta”), ma anche quando in mezzo al conscious si concede momenti più giocosi, vedi il sample (piacione) di Briciole di Noemi che rispolvera il tòpos dell’osservatore alieno (già visto anche in Ghali), o la sfacciata citazione de In Italia di Fabri Fibra presente mentre in Ci nasci, ci muori. Ma anche quando si sposta, più che aprirsi, in nuance cantautorali che si riversano in coda all’album con Addio xx ed Essere noi lasciando intravedere quello che fu il primissimo itpop, con un approccio più narrativo ed introspettivo.

Tutto questo funziona, spesso anche molto bene. Ma proprio qui emerge il limite principale. Una scrittura così piena avrebbe bisogno di produzioni più incisive seppur non invadenti. Il paragone con la penna più ficcante della scena, Marracash, viene naturale: la sua forza sta anche nel tenere insieme rime complesse e beat solidissimi, capaci di reggere il peso del testo. In Io individuo questo equilibrio non sempre regge. Quando le basi si fanno più articolate — come nel pattern jazzato di Esistere (più di me) — la scrittura perde parte della sua forza, finendo per disperdersi in atmosfere a volte troppo abbozzate. Va colmato questo gap.

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