Recensioni

Dopo venticinque anni di carriera i Rancid non dico che si conoscano come le proprie tasche ma… Volenti o nolenti abbiamo stampati bene in testa i flash della loro stagione di gloria: il sound dell’hardcore californiano corretto con il punk inglese del ‘77 di Let’s Go, … And Out Come the Wolves, con cui si erano proclamati eredi post-hardcore dei Clash, le fantasie surf, ska e reggae di Life Won’t Wait e la recrudescenza hardcore dell’omonimo del 2000… Ci troviamo. Tutto quadra insomma. Dentro Trouble Maker c’è ogni cosa al suo posto: l’hardcore duro e puro dell’iniziale Track Fast e di All American Neighbourhood, il rockabilly sparato a mille, e naturalmente le canzoni punk esplosive e melodiche, i cori botta e risposta (qualcuno sublime, vedi An Intimate Close Up of A Street Punk Trouble Maker), le armonie vocali, l’inconfondibile basso di Matt Freeman, il santino dei Clash sempre vicino alla chitarra e al microfono – assieme a quello dei Bad Religion: sentite Telegraph Avenue.
Rispondono all’appello, anche se una volta sola, persino le influenze caraibiche che in qualche vecchio LP prendevano il largo: qui si limitano a Where I’m Going e al suo vivace ska con tanto di organetto Hammond, per intenderci modello vecchia Time Bomb. Mentre a ricordarci una volta in più che nello street punk and roll del quartetto di Berkeley c’è tanta tradizione, pensa il country-core di Buddy, cioè come suonerebbero i Violent Femmes se invece che a Milwaukee fossero cresciuti insieme a loro al Gilman Street. Tutto a posto, ribadiamo, e se vogliamo tutto al posto giusto. Di bello c’è che i Rancid non suonano per niente come direbbe il loro nome: giusto per fare un esempio, il boogie di Bower Rock and Roll per Tim Armstrong e company è un tempo lento – e verrebbe da pensare per quante altre rock band sarebbe lo stesso – quindi non è che manchino la grinta o l’energia, i tempi galoppanti e i riff che suonano come scudisciate. Su quei tempi veloci ogni tanto accelerano pure, e qui si impone il rave-up irriverente di Make It Out Alive, un’impennata che dura pochi secondi ma è un’ottima fotografia di come i veterani del punk ci diano dentro. Tutto bello ma prevedibile, tra la batteria che pesta il classico 4/4 accentato e le schitarrate rumorose.
Oltre che dei casinisti sopraffini, i Rancid si sono dimostrati negli anni anche abili autori di canzoni; qui però sono un po’ al di sotto dei loro migliori standard ed è questa la vera pecca sostanziale. Grintosi, orecchiabili come sempre, ma con pochi pezzi che fanno veramente presa. Sorprese grosse non si potevano chiedere; qualcosina in più sì.
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