Recensioni

Elegante, altero, distaccato e alieno. Un po’ come appare nella copertina di questo suo nuovo lavoro, Ramon Moro si staglia impavido e coraggioso con la sua tromba a mo’ quasi di katana del samurai, con tutta la sua fierezza e la sua integrità.
Il trombettista torinese, per quanto possa risultare sinceramente stretta la collocazione strumentale del Nostro, ha spesso prestato la sua opera a esperienze piuttosto diverse. Dal suo Magma, uno studio in solo sui vulcani e sul loro potenziale impatto sulle civiltà umane, al lavoro a quattro mani con Paolo Spaccamonti per la colonna sonora de I Cormorani, fino ai progetti latamente jazz come 3quietmen o, appunto, il suo quartetto omonimo (Blue Horizon, Aut, 2020), Moro si è dimostrato eclettico ed energico, ma probabilmente è in questo Calima che mette a fuoco tutto il suo potenziale. Riuscite a immaginare un disco di sola tromba (trattata, modificata, risemantizzata) ma dalle atmosfere limitrofe all’ambient black-metal? Bene, siete vicini a ciò che potrete ascoltare in Calima, disco ispirato da un soggiorno a Lanzarote – guarda caso, tornano le zone vulcaniche esplorate in Magma – e a quella forza, il vento di scirocco che porta con sé polveri, sabbia, ceneri restituendo una sorta di afosa nebbia materica che offusca e disorienta, ricordandoci la forza della natura e l’insignificanza dell’uomo al suo confronto.
È quindi roba alchemica quella che Moro distribuisce negli 11 pezzi dalle durate variabili; alchemica e in un equilibrio tra elementi estremi e spesso discordanti che in operazioni simili a volte manca, smontando tutti i buoni propositi. In Calima l’equilibrio nel dosaggio degli elementi in ballo si sposa con l’eleganza e il distacco di cui sopra, per un lavoro che risulta perfettamente coeso tra parti più evidentemente possedute (è un Lemmy post-industrial quello che si avverte in Oppression o Run! Come On!? o una piccola orchestra black-metal quella che suona Fighting A Losing Battle?) a momenti di apparente calma, limitrofa alla stasi (Private Hall, in cui emerge un retrogusto quasi medievale, ma soprattutto i due estremi del disco: l’ottima suite ambient-goth iniziale Stratified Ritual e l’inquietante marcia funebre Dim Funeral March che pare più di un messaggio in bottiglia per il futuro) che rende al meglio la resa su pentagramma della “calima” e di tutto il retroterra cultural-esistenziale che Moro ha disseminato in un disco ottimo che potrebbe avere estimatori tra i blackmetaller meno intransigenti e gli sperimentatori più curiosi.
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