Recensioni

Da un Rainbow, quello seguito da Island, a un altro Rainbow, questo dal suffisso Lorikeet. Sempre elettroniche sfatte che sublimano se stesse in panorami da trip e visionari, ma in questo caso ci si spinge in direzioni diverse rispetto a quelle toccate magnificamente dalla formazione romana. Lì ci si “smerluviava” – bellissimo termine insensato che va usato anche a sproposito – in un caleidoscopio di rimandi e colori impazziti, accelerazionismo HD smostrato e cangiante, qui invece ci si dirige verso il passato dei 90s, quello dell’elettronica warpiana e sub specie visionario/quarto-mondista alla Future Sound Of London, tutta dubbosa (i bassi spingono come non mai in queste cinque lunghe tracce), modulabile, accogliente e pensata/elaborata per teste pensanti e ciondolanti senza bisogno di supporti psicotropi.
Cassa dritta e bassi potenti, ma con un senso di paranoia che è più tipico di certo industrial che del dancefloor e una idea di techno dai bpm umani sviluppata da Nicolò Tescari, unico deus ex machina dietro la sigla da cangiante fauna australe, quasi come forma di alterazione psichica: le rifrazioni ritmiche quasi drum’n’bass della title track, quelle scorie da trip-hop imbastardito che tagliano longitudinalmente l’opener In A Zone, l’oppiacea reiterazione di Imagery Rehersal Therapy sono segnali di capacità rielaborativa di un corpus sonoro datato ma ri-semantizzabile in chiave moderna, mentre la conclusiva, ipnotica suite quasi etno-freak Xhosa Dream Root, col suo taglio ossessivo, ci sembra un evidente ponte per possibili percorsi futuri benedetti dagli zii Chris & Cosey.
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