Recensioni

Finalmente i Radiohead, in Italia dopo il rinvio di inizio luglio, causa il lutto che ha colpito la band – il tecnico Scott Johnson, morto poco prima del concerto che si sarebbe dovuto tenere il 16 giugno a Toronto – oltre naturalmente alle successive questioni tecniche (il rimpiazzo delle luci e della strumentazione necessarie) che hanno complicato il ritorno della band inglese, assente da ben quattro anni dal nostro paese, fino a questo settembre.
E Firenze, la seconda delle quattro date (le altre: Roma, Bologna e Codroipo) non poteva reagire meglio: l’organizzazione per una volta ineccepibile (“c’è un po’ di coda per i bus al rientro”, ecco chi si lamenta), un luogo suggestivo (“ma raggiungibile solo a piedi, troppo lontano!” a sentire chi si lamenta) e trenta mila persone entusiaste (“troppe per i Radiohead!”, di nuovo, dice chi si lamenta).
L’impatto scenografico è devastante. Ma non per i Caribou, opening act dell’intero tour italiano; a loro viene concesso qualche lucina e una mezz’ora scarsa, giusto il tempo di scaldare il pubblico; un live massimalista e impegnativo, che nulla concede all’immaginazione puntando tutto sulla fisicità; tutto scivola nella voracità tra saliscendi ritmici esaltanti sì e pose da esaltati (vi prego, no), il tutto mescolato in un calderone che entusiasma i più; si ha la sensazione – o la non sensazione – che a mancare sia l’immediatezza e la freschezza di un live che sì ha tutto per colpire, ma che pecca sotto l’aspetto più importante, l’istintività, la rabbiosità, risultando fin troppo patinato. Da segnalare la conclusiva Sun, lieve apoteosi, dilatata oltremisura come se fosse un desiderio.
E poi i Radiohead. Lampi, frammenti di schermi, indefinibili come riflessi ritmati di tutto ciò che succederà sotto di loro, a schiacciarli quasi, a rinchiuderli tagliando lo sfondo in attesa sul parco, appena sopra le teste musicanti di Oxford. La doppietta iniziale rappresenterà lo studium dell’intero concerto: un continuo alternarsi fra ripescaggi (quasi tutti felicissimi) nello sterminato repertorio della band (per una volta il best of è ben distribuito fra tutti gli album) e la riproposizione integrale di tutto ciò che ruota attorno al nuovo (?) The King Of Limbs, tra inediti, b-sides e piacevoli abbozzi. E quindi l’iniziale Bloom (per chi scrive l’apice tecnico e forse emozionale dell’intera serata), sottoposta ad adorabili lungaggini tribali – si sfiorano i dieci minuti – e ad un restyling sonoro più pieno ed invasivo che la rende viva e sincera quasi ad impreziosire il cantato post-soul del Nostro; altra cosa lo sciabordio di intestini che provoca There There, meno esaltante – o forse troppo esaltata dallo stesso Yorke – perché affogata nella foga di un finale che si ricordava travolgente e qui risulta solo meraviglioso.
Si rientra nella normalità tra il battimani orgiastico di 15 Steps e una Weird Fishes/Arpeggi dove a prevalere sono le chitarre e i toni e le immagini blu che quasi attanagliano dall’alto la band, quasi rinchiusa su stessa con un solo lato libero, il nostro. Stretta in setlist tra due episodi “minori” (la depresso-danzereccia Kid A e un’anfetaminica Morning Mr. Magpie, così libera e vorticante nei suoi continui stop and go da risultare quasi apprezzabile) l’adorabile Staircase, b-side di The King Of Limbs, protagonista dal vivo dove a risplendere sono i sussurri finali di Yorke, lucidi e definitivi. E siccome Barthes l’abbiamo letto capito e amato, ci sommerge come fosse neve pura You And Whose Army ("il piano, por favore", dice Yorke), il punctum della serata, inaspettata e debordante, pronta ad esondare in tutta la sua liquidità da quell’occhio malconcio nella vita e triplicato dalle immagini, che a malapena si chiude e che sul finire fissa tutti, devastandoci con un’esecuzione impeccabile.
Nude rincara la dose – con O’Brien a fare cose egregie con il controcanto – sottoscrivendo la richiesta d’aiuto, d’amore e di chissà che altro, di cui poco sopra. Il tutto procede come già analizzato, tra momenti trascurabili – l’inedita Identikit, sfilacciata nonostante le numerose facce sonore – e hit da stadio (?), l’ammiccante e appena appena truzza Lotus Flowers prima, e Idioteque poi, autentico inno al movimento. Se per il minuto finale di Karma Police, cantato in coro da tutti, animali presenti compresi, bisognerebbe affidarsi ad un antropologo, solo quest’ultimo capace di definire con precisione il momento unico, se si eccettua la parola definitività, bisognerebbe affidarsi ad un becchino per l’assalto sonoro di Feral, vero incubo, meraviglioso incubo in controtempo.
Il primo turno di bis sorprende per la sua composizione atipica e non pronosticabile, schiacciato com’è tra due pesi massimi anni novanta (Airbag e Planet Telex, le due tracce iniziali rispettivamente di Ok Computer e The Bends) tesi nel rinchiudere un gioiellino dal sapore lennoniano (The Daily Mail, che purtroppo verrà ricordato solo per la dedica iniziale a Silvio Berlusconi), una schitarrata su cui si poteva soprassedere (Bodysnatchers), e un sogno che sa di onde martenot e carezze vocali (How To Disappear Completely). A chiudere l’arpeggio stratificato di Give Up The Ghosts con i soli Yorke e Greenwood Jr. a dettare incastri da sogno nella semplicità, una Reckoner a sfiorare la classicità prima del gran finale di Everything In It’s Right Place, da dodici anni a questa parte, il futuro. In una frase, la miglior rock band dal vivo degli ultimi venti anni. Ciò che sorprende, nonostante sia inevitabile il paragone con i live del decennio precedente, irraggiungibili per intensità e intuizioni (sonore o umane che siano), è l’aura di classicità che si portano appresso, malleabile eppure onnicomprensiva, rigida nella sua ricerca dell’avvenire, e dunque della perfezione, ma dopo questo tour, decisamente ad un passo.
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