Recensioni

Quando si sciolsero nel 1978, il mondo ragionava per blocchi e il Muro era ancora lungo da venir giù, la bacheca della Nazionale vantava la miseria di due coppe Rimet vecchie di quarant’anni e Luciano Moggi era poco più che un ambizioso ferroviere. Se davvero poi si stava meglio quando si stava peggio non sarà mai dato saperlo, ma a basarsi su questo Zeno Beach non si cava un ragno dal buco: trent’anni sembrano esser trascorsi senza colpo ferire.
Con la formazione originale quasi al completo (fa eccezione la sezione ritmica) oggi più che mai capeggiata dal frontman Rob Younger e dal chitarrista Deniz Tek, i Radio Birdmansi confermano interpreti sublimi della meravigliosa arte del rock and roll. Tanto che dopo i primi ascolti l’entusiasmo è tale che non si commette peccato di blasfemia azzardando il paragone conl’inarrivabile Radio Appears.
Le tredici canzoni sono blocchi di granito impreziositi dauna scrittura fresca a dispetto del tempo, lavorati da chitarre cristalline che portano in dote riff (Remorseless) e assoli (Connected) ancora memorabili, e lasciati cuocere sotto il sole australiano. In quarantasette minuti che non conoscono pause né cedimenti ritroviamo anche la sana cattiveria punk creduta fisiologicamente perduta tra le pieghe degli anni (le primavere sono sulla cinquantina), e spetta a una titletrack californiana chiudere un discorso da applausi. Che, snodandosi tra hard (Locked Up), punk ed echi Paisley, non fa che confermare la tendenza che vuole le vecchie glorie (Mission Of Burma su tutti) tornare alla ribalta senza aver smarrito un briciolo del proprio smalto. Legittimando di fatto l’esistenza di gruppi emuli che spuntano come funghi.
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