Recensioni

I rami (the branches) che l’opera accurata e filologica di Radical Face (all’anagrafe Ben Cooper) sta tramando sul bellissimo tessuto di The Family Tree, si ritrovano, episodio dopo episodio, più empatici che mai. È doveroso ammettere, ben prima di dare indicazioni tecniche di alcun tipo, che il songwriter di Jacksonville colpisce in profondità, smuove frammenti impercettibili di anima, di memoria, che si riflettono facilmente nei nostri vissuti, come un detonatore dolcissimo e raffinato di nostalgia.
Dopo aver assestato per bene le radici (the roots) della fittizia famiglia Northcotes – in un lavoro di ricostruzione storica degna dei migliori studiosi che ha usato solo strumenti dell’epoca (gli ultimi decenni dell’Ottocento) – e aver consegnato melodie destinate a divenire tema (nel senso musicale del termine) nei due episodi successivi della trilogia, Radical Face continua questo viaggio nella sua storia, che è un po’ quella di tutti noi. Di fatto, in The Branches, lascia invariato il sound folk, che tanta soddisfazione ha dato all’artista fin dai tempi di Welcome Home (che nel frattempo è passata, in un anno, dalle sette alle sedici milioni di visualizzazioni sul tubo). L’atmosfera è sempre quella della residenza familiare, immersa in ettari di verde, che già s’appresta a farsi dei colori dell’autunno che avanza. Il tempo della fabula però è cambiato: siamo agli inizi del Novecento e Cooper, da bravo filologo, tenta di sfruttare gli strumenti e gli elementi effettivamente disponibili anche in quegli anni. Non è certo cosa da poco, ma l’attenzione e la cura quasi maniacale di Cooper è tanta da non far declinare il tutto in un gioco manieristico.
Ci sono le ballate instant classic come la Holy Branches che apre la saga familiare (“But everybody’s bones are just holy branches/Cast from trees to cut patterns into the world”) o Summer Skeletons, corale, ritmata a dovere e, soprattutto – con il suo violino – vicina alla tradizione irish; c’è qualche dark ballad (delle influenze di Nick Cave già parlammo) come The Crooked Kind o Southern Snow; c’è lo squillo della guerra (la prima mondiale) in Letters Home, che racconta dell’ultima lettera che un soldato scrive alla sua amata prima di venir ucciso; ci sono le storie arpeggiate e lancinanti come quella di The Mute, il bambino ripudiato dal padre perché muto e scappato a cercar fortuna altrove; ci sono, infine, le novità, con una The Gilded Hand assai diversa dal lavoro di Cooper svolto fino ad ora: cupa, biascicata, vicina alle ultime esperienze dei The National, la canzone termina con un infinita e inaspettata coda orchestrale.
Solitario al timone del suo progetto, Cooper sta dietro a tutto, cercando in particolare di gestire la trama del suo racconto con melodie azzeccate. Se gli arpeggi di chitarra o le risalite sul banjo, sono ormai diventati tratto stilistico, sono gli accordi prolungati di pianoforte che generano profondità (e malinconia) nei brani, quasi a volersi fare sottotitoli delle vicende narrate. Sarà un caso, ma un altro grande cantastorie conta, nella propria discografia, un album dal titolo Family Tree: si tratta di Nick Drake, musicista che conserva diverse analogie con lo stile di Radical Face. Non ultima, quella di riuscire a parlare di famiglia e di farlo, non tanto grazie ai testi, quanto grazie alla musica. Difficile non immaginarsi su strade perdute, in gite fuori porta con i propri cari, alla ricerca di un tempo, di uno spazio, di un mondo che forse la nostra vita frenetica ha cancellato per sempre.
C’è solo da rendere grazie, dunque, al momento in cui l’hard disk che conteneva i due romanzi di Ben Cooper è esploso convincendo l’artista a convertirsi dall’attività di romanziere al songwriting. Una svolta che ci ha regalato una pulsante vena creativa fatta di storie, ma anche di uno stile immediatamente riconoscibile che è riuscito a non adagiarsi sui successi di classifica.
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