Recensioni

C’era attesa per il primo tour italiano di Ben Cooper, al secolo noto come Radical Face, uno degli esponenti più in vista della scena neo-folk americana grazie al super singolo Welcome Home (già colonna sonora di uno spot Nikon) e per una serie di illustri riferimenti stilistici che vanno da Bon Iver ai Mumford And Sons. Il Circolo Magnolia è gremito e alle 22:30 precise il cantautore fa il suo ingresso sul palco supportato da una band che si predispone come il più classico degli ensemble folk rock: basso, batteria, violoncello e piano/organo. Il rapporto tra Radical Face e il pubblico sembra quello di due amanti che si sono cercati e scritti telematicamente per molto tempo, prima di vedersi per la prima volta: così passano cinque minuti abbondanti prima di ascoltare il primo brano, tra un botta e risposta con i fan e una presentazione approfondita di sé e della band.

Lo show è fortemente partecipato dall’inizio alla fine, e il pubblico non sembra accorgersi della brevità del set (70 minuti precisi, forse un po’ poco per uno che ha già prodotto quattro dischi in studio); applausi scroscianti arrivano puntuali alla fine di ogni brano, dando modo a Radical Face di scherzare e proseguire sulla falsariga di una serata tra amici. Probabilmente una nota dolente dello show è proprio questa: viene annullata ogni distanza tra chi è sul palco e chi è dall’altra parte, troppi botta e risposta e troppi momenti morti causati anche dagli evidenti problemi tecnici al violoncello, che portano spesso il cantautore a chiedere all’inizio di ogni brano se il suo musicista sia accordato o meno. Inoltre il batterista è alla sua prima esperienza live con Radical Face e il risultato è qualche sbavatura di troppo e una chiusura clamorosamente mancata (evidenziata anche dal pollice alto che Cooper gli mostra girandosi verso di lui).

Nonostante tutto, il pubblico sembra apprezzare l’empatia e il salotto venutosi a creare, e così l’artista americano ha gioco facile nel proporre gran parte del nuovo lavoro The Family Tree: The Branches (registrato esclusivamente con strumenti d’epoca del periodo che va dal 1860 al 1910). Va detto che nella dimensione live l’impianto sonoro del disco perde quella vena vicina al folk, per avvicinarsi prepotentemente a sonorità più indie rock, alternando momenti di calma (corrispondenti alle parti cantate sul fingerpicking della chitarra) a violente esplosioni elettriche vicine a certi Mogwai, in un climax di forte tensione lirica che fa la sua onestissima figura, impattando su una platea adorante dall’inizio alla fine. E il finale di spettacolo, con la corale Welcome Home (20 milioni di ascolti sul tubo), marca la cifra di uno show che si rivela una cerimonia epica e intima allo stesso tempo: al di là di tutto, un buon battesimo in territorio italiano, per Radical Face.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette