Recensioni

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Quando si mescolano lavoro e vita privata, le cose possono spesso assumere strane, anche spiacevoli, pieghe – oppure trasformarsi in vere e proprie piaghe. È quello che è accaduto ai Radiation City, band di Portland edificata sul sodalizio fra il chitarrista Cameron Spies e la cantante/tastierista Elisabeth Ellison, in rottura sentimentale. I due si sono però ritrovati come niente fosse per la lavorazione di Synesthetica, successore di due album e un EP. Come niente fosse fino a un certo punto, dato che quella che era sempre stata intesa come una band democratica è divenuta, a loro stessa detta, una monarchia (prima in line up figurava addirittura un’altra coppia, ma stavolta solo metà formazione è volata a San Francisco per le registrazioni). Così, per consolarsi di un matrimonio in disgrazia, la coppia ha esercitato potere sul proprio regno sonoro e lo ha appaltato prima alla produzione di John Vanderslice (una carriera da indie rocker solista di tutto rispetto e già all’opera con Spoon o Death Cab For Cutie) e successivamente alla revisione di Jeremy Sherrer (Gossip, Modest Mouse).

Sin dal titolo del disco, l’idea è quella di shakerare differenti sensazioni, al pari di differenti ingredienti sonori, al fine di rompere barriere di genere e cultura. L’indie pop screziato di bossa, doo woop e soul è ora pervaso maggiormente dai sintetizzatori, ma l’effetto è quello di uno zucchero filato che caria i denti o, per rimanere in tema di paralleli sinestetici, le orecchie. La ricerca di un nome forte in cabina di regia, il reclutamento di Riley Geare della Unknown Mortal Orchestra alla batteria: tutto indica la voglia di rendere più saporito il proprio sound, sospeso tra fascinazioni retrò e strizzate d’occhio al futuro. A tre anni dal precedente Animals In The Median (poi uscito anche in versione remix, a cura di G_Force), queste nove canzoni hanno però pochissimi motivi per farsi ricordare. La classe di modelli come Stereolab o Belle And Sebastian la si vede ovviamente col binocolo, la capacità di contaminazione fra linguaggi accessibili/ricercati, classici/attuali di coevi come i Metronomy purtroppo altrettanto.

Il groove funky in entrata di Oil Show fa quasi sperare a un parco giochi in cui gli of Montreal arrangiano gli She & Him, la ballata Butter ha una grandeur barocca che evita di poco lo stucco e Milky White avanza ad accattivante passo di electropop morbido e caldo, ma già i “la la la” di Juicy, le alternanze tra voce femminile e maschile di una Come And Go non particolarmente ispirata, il modernismo risaputo di Sugar Broom, l’improbabile tango spacey di Separate, la banalità quasi alla The Pipettes di Futures e il tono etereo ai limiti della svenevolezza di Fancy Cherries indicano la traiettoria di un lavoro magari non orrendo, specie per gli appassionati di certe coordinate, ma di sicuro mediocre, quindi superfluo.

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