Recensioni

Facciamo che arrivati qui o si scrivono delle canzoni oppure si crepa. Niente riflessi dal prisma di Dark Side Of The Moon ma
raggi diretti, canzoni ben scritte, acqua necessaria al mulino di una
band che possiede la stazza e la saggezza dei grandi gruppi dei
Settanta ma per qualche volontà – propria più che altrui – non è
riuscita a toccare le stelle ma le ha accarezzate per lungo tempo.
Quindici anni sono un sacco di tempo per stringere tra le mani la
solita recensione con i medesimi luoghi comuni stilistici (i Radar Bros
fanno psych folk, folk psych, gentle psych. Si ispirano a Neil Young e
i Pink Floyd, i Crosby e i Wyatt e pure i Mercury Rev). Necessario
dunque un album solido, soprattutto dopo lo scioglimento dei fratelli
d’arte Grandaddy, indimenticati lumicini di una gloriosa tradizione,
come necessaria una certa disillusione riguardo una band dalla quale ci
si aspetta la consueta testa china e mano sul cuore, qualche piccolo
segreto melodico e quella innata capacità d’arrivare alla polpa in
punta di piedi senza applausi a scena aperta, con commozione e senza
lacrime.
Auditorium è proprio questo. Pagando il pegno di una sardonica quanto proverbiale
amabilità, l’album pare sospinto da una sottile brezza rigenerante. E
non è questione dell’abile alternanza del piano (come del synth) alle
chitarre indie (vengono in mente altri defunti, i migliori Black Heart
Procession), dell’oniricità del disco (sospeso tra natura, risvegli e
animali del West), piuttosto l’ottima grana di un egregio Putnam. Due
grandi liriche da consegnare alla storia del genere per lui (Pomona, Warm Rising sun e quella Hills Of Stonein odor di una vecchia canzone del figlio di Lennon Julian, qual è?).
Tre gioielli indie per un dodici arrangiamenti semplicemente perfetti.
E una qualità media molto buona. Grandi mediani i Radar Bros, inutile
aspettarci il discone ma Auditorium va direttamente accanto a And The Surrounding Mountains in collezione
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