Recensioni

Nonostante i limiti oggettivi, Systems/Layers fu l’ultima ibridazione espressionistica dei Rachel’s. Un disco di chiaroscuri ed astrazioni arcane, una sorta di limbo in cui gli strumenti rimanevano serrati dietro la massa ambientale e sovraesposta di umori e field recordings. La loro musica diventava narrazione, materia vivente.
Rachel Grimes prosegue proprio da queste premesse utilizzando il bozzetto esistenzialista, la brevità ed il frammento come nuova forma espressiva. Ogni traccia è come se fotografasse un movimento, una direzione, accarezzando la sua esilità. Book of Leaves è il suo racconto scritto su un taccuino di foglie che si spezzano per la crudele fragilità dei quattordici episodi composti per altrettanti piccoli microfilm del videomaker Greg King. Essi riprendono spazi naturali dove la presenza umana sembra essersi estinta per ritrovare una primordiale condizione di stupore e tremore.
Sono brani che vanno nella medesima direzione delle poesie contenute in “Douve” di Yves Bonnefoy. Douve è quel non-luogo dove tutto si sfalda, tutto si allontana, creando immobilità e movimento, Douve è “il vero luogo” dove ogni creatura è investita dalla morte. Long before us è un’istantanea calligrafa dentro cui “Ti vedevo correre sulle terrazze, Ti vedevo lottare contro il vento, Ti sanguinava il freddo sulle labbra”, un’istantanea dove tutto diventa fermo immagine di una vicenda, un movimento. Lo strumming notturno di “Every morning” si svuota come una spirale in cavità interiori. “She was here” passa per la nudità di un’alluvione e sotto la frenesia di uccelli catturati insieme alle note del piano. Denis Roche avrebbe adorato questa passione sonora, in particolare “On the morrow”, così tersa e straziata tra note che fanno spola con lunghe pause, e possono appartenere solo a delle mani in cerca di trascendenza.
C’è radicalità vivente in spazi macchiati di pause e prolungamenti risonanti, e se ha un pregio formidabile Rachel Grimes, questo è l’azzeramento di qualunque allusione alla contemporanea, ai tecnicismi. Stavolta la sensibilità è rivolta completamente all’ascolto dell’invisibile, del vuoto, dell’assenza, e senza manierismo.
Rivive in ogni passaggio l’essere perpetuamente minacciati, l’opulenza delle stagioni, la contemplazione lirico-ambientale ed il disco si chiude come Douve: “Oh forza e gloria nostre, riuscirete a trapassare la muraglia di morti?”.
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