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7.3

Utilizzare il tempo in modo creativo per ridefinirsi e ridefinire discorsi intrappolati in un immaginario troppo spesso controllato da un potere patriarcale e spietatamente liberista. Una battaglia culturale da molto portata avanti dalla cantautrice Francesca Morello, in arte R.Y.F., ma che nel periodo del blocco pandemico ha trovato un nuovo sfogo attraverso l’uso massiccio di sintetizzatori e drum-machine. Indizi in chiave lo-fi di questa nuova fase li potevamo leggere in un brano come 1st Times dal precedente Shameful Tomboy, in realtà un’eccezione all’interno di un appassionato lavoro di songwriting acustico che ora viene completamente traslato tramite elettronica e synth pop: un suono ispirato dalle intuizioni di artisti come Moor Mother e Special Interest, ma capace di mescolare in modo personale istanze politiche, ritmiche di impatto e armonizzazioni trascinanti.

Nato sulla scia della collaborazione con la compagnia teatrale Motus, per la quale Morello ha scritto le musiche per lo spettacolo Tutto Brucia – da qui il titolo del disco – Everything Burns è forte di una visione programmatica ben messa a fuoco, grazie al lavoro dietro al mixer di Andrea Cola (Sunday Morning), la supervisione del polistrumentista e musicista Bruno Dorella (RoninOvOBachi da Pietra) e il mixaggio di Maurizio Baggio (The Soft MoonBoy Harsher). Per certi versi, quindi, un album inaspettato ma pienamente convincente, a partire dalla potente apripista Cassandra, mix di dance punk à la Vanishing e armonie cupe à la Lebanon Hanover: un urlo sinceramente femminista teso a ritualizzare la lotta per i diritti civili e sociali in un contesto in disfacimento, quello dell’antiquato mondo contemporaneo schiacciato da una restrittiva visione maschilista e incapace di garantire un’esistenza dignitosa alla sfaccettata complessità umana (molto affascinante, in questo senso, anche il relativo video d’accompagnamento).

Un esempio lampante di come musica e impegno viaggino qui inseparabili, con l’hip hop industriale di Normal Is Boring, efficace critica alla concezione dominante di normalità moralista; l’electroclash aumentato da nevrosi à la Hanin Elias di Don’t Panic, riconoscimento al coraggio e alla difficoltà di fare coming out; il cadenzato sussulto ipnotico carico di un’ottima prova vocale della title track, una feroce invettiva contro le diffuse forme di discriminazione omofobe e razziste – scandalosamente tornate sempre più in voga negli ultimi anni.

Sorprendente, poi, la capacità della Nostra di denotare ogni singolo brano come un potenziale singolo, rendendo allo stesso tempo il discorso complessivo granitico eppure vario, senza compromessi ma non meno magnetico e invitante. In questo senso, va da sé come tutto sia splendidamente rifinito dalle linee elettro grunge spacchettate di My Sis (tributo fra le righe a Kurt Cobain), dalla dancefloor che apre in azzeccatissime armonizzazioni à la Depeche Mode di Not Going Anywhere (ode all’amore universale che guarda al di là dei rugginosi stereotipi del rapporto di coppia), come anche dalle ottime dinamiche ambientali di Muzik e dalle commoventi sospensioni poetiche per chitarre à la Cure di Pocket Full of Ashes.

Un lavoro inaspettato quanto illuminante, che si fa apprezzare non solo per fattura e ispirazione, ma anche per il fatto di mostrare limpidamente come la creatività possa, sempre e comunque, trovare nuove forme di resistenza anche in un mondo tanto grigio.

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