Recensioni

6.3

Se con questo album i R.E.M. avessero voluto compiacere se stessi e lo sterminato esercito di fans – non necessariamente in quest’ordine – direi che ci sarebbero riusciti in pieno. Di più: col quindicesimo album in carriera, affidato all’ormai sodale Jacknife Lee, hanno eretto un monumento al proprio fare musica, un tour pressoché completo nel loro repertorio, opportunamente profuso e dissimulato nelle dodici tracce in scaletta. Come se avessero semplicemente preso atto della preponderanza del passato, accettandolo come strada percorribile in chiave futura. Non a caso si propone come un disco circolare, o se preferite il loro tardivo ma non (ancora) senile perfect circle. Ballate struggenti ed assalti entusiastici si alternano tanto più prevedibili quanto più sostanzialmente riusciti, in virtù del mestiere e di quel certo ingrediente magico altrimenti definibile fattore umano.

Prendi il valzer mesto e accorato di Oh My Heart, con la fisarmonica struggente e le naunce gospel apolidi, oppure quella Every Day Is Yours To Win che ammicca la sdolcinatezza onirica di Love Is All Around e Find The River: ci vanno spudoratamente di pilota automatico, eppure l’azzeccano con un’efficacia disarmante, come i lavori di bottega degli artisti rinascimentali. Viene da dire: artigianato d’alto profilo. Considerazioni simili per All The Best, col suo saturare gli spazi d’impeto accattivante e caramelloso, ovvero come ti riciclo a dovere glam, hardcore e college rock per compensare una certa pedanteria melodica. Casomai metteteci pure quello scherzetto di Mine Smell Like Honey, tutto ruvidità intenerita altezza New Adventures In Hi-Fi, e ancora il divertissement a fuoco alto di Alligator Aviator Autopilot Antimatter, con l’espediente azzannaclassifica di Peaches nei cori.

Altri segnali inequivocabili: Uberlin che celebra una possibile via di mezzo tra l’era Automatic For The People e quella Around The Sun; It Happened Today intenta a riprocessare con aria festosa una mischia Shaking Through e Half A World Away, con Eddie Vedder partecipazione omeopatica tra i cori del ritornello; la conclusiva Blue che incede come una processione pari pari Country Feedback, il talkin effettato di Stipe contrapposto all’intervento ieratico di Patti Smith prima di andare a spegnersi riesumando le pennate squillanti e stoppose dell’iniziale Discoverer, innescando così la suddetta circolarità che è forse il senso profondo del tutto. Praticamente in ogni episodio avverti la presenza assieme confortante e fastidiosa dell’auto-clonazione, andazzo cui sfuggono per la sbrigliata agilità indie-wave la breve That Someone Is You – tipo dei Go-Betweens anfetaminizzati – e una Walk It Back dall’incedere claudicante non lontano dal teatrino amarognolo Wilco. Non è tutto, ma più o meno ci siamo.

Collapse Into Now è episodio ridondante nella lunga carriera dei R.E.M., caparbiamente ispirato e prodotto con una cura ai limiti della leziosità. Ed è anche – malgrado gli anni implacabili, la fama debordante, i dollari a vagonate – una bella dimostrazione di persistenza nella dimensione entusiastica del pop-rock. Ci sarebbe quel retrogusto stantio, ok, ma è sensazione quasi trascurabile.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette