Recensioni

Quivers tries to have open minds and to open minds, chiosano i quattro newyorchesi (d’origine o d’adozione, poco interessa) e come dar loro torto.
Il padrone di casa Jordon Schranz (basso), il presenzialista Adam Kriney (batteria), l’iperattivo Chris Welcome (cello) e l’ubiquo Ninni Morgia (chitarra) imbastiscono, su supporto vinilico, 5 pezzi untitled che sanno di apocalisse impro-rock prossima ventura. I riferimenti non mancano, come l’esplicito rimando del titolo alle profezie maya; tanto meno le evoluzioni da “dopo-rock imbastardito con attitudine free-jazz” dei 5 pezzi.
A farla da padrona come al solito è la sei corde del siciliano: nella più totale libertà d’azione frattura e spezza, cuce e ricama un suono instabile e umorale, tra gorgoglii e estatici fraseggi. In questa sua azione di riduzionismo free (termine comprensibile per chi segue anche le altre incarnazioni del suo fare musica, La Otracina su tutti), Morgia è ottimamente sostenuto dalla precisa azione di una sezione ritmica affiatata ed energica e contrappuntato dalle intrusioni rumorose di Welcome.
È di nuovo l’impro di matrice jazz che si riversa nel corpo morto del rock: ne mantiene lo sfogo liberatorio, estatico e privo di vincoli strutturali, senza negare però la tensione e la “corposità” del secondo.
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