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L’acclamato album tributo a Charles Mingus l’avevano fatto avendo almeno il contrabbasso in organico; ora invece si dedicano all’axeman per eccellenza senza avere una chitarra né in formazione né come ospite (c’è il piano di Michele Francesconi e, superato ormai da tempo il trauma da abbandono di DeLeo e deciso che si cambia cantante a seconda dei progetti, le voci di Eric Mingus e Moris Pradella).

Strano fino a un certo punto per chi li conosce, per quelli che pensano che la band avvia avuto un prodromo essenziale nella celebre Purple Haze del Kronos Quartet (o nei Kraftwerk del Balanescu) e ancor meno per chi ha presente l’eccellenza dei nostri nell’arte della cover, praticata fin dagli inizi della carriera (tra le altre, quella eccelsa di Highway Star ai tempi di Grigio e ancora prima una “Heroes” la cui difficoltà è ben esplicata dal fatto che spesso non la rifà bene nemmeno lo stesso autore).

In realtà proprio agli inizi avevano già affrontato la nebbia purpurea, ma dove il Kronos ne rivelava ombre morbose passando poi a uno svisare frenetico, i nostri avevano già il loro suono tipico: e se lì De Leo difettava della sua raffinatezza (Mingus risulta più adatto), in questa versione nuova il gruppo ci va più pesante caricando il ritmo (ma ci torniamo).

Il disco applica appunto il ben noto marchio di fabbrica a una scelta del canzoniere hendrixiano che ne ripropone le pagine più celebri e classiche. Com’è noto, in Hendrix c’erano composizione ed esecuzione, scrittura e assoli, veemenza da jam e struttura, ricerca sonora e forma canzone: e infatti i nostri dialogano sia con la sua scrittura che col sound (e con gli assoli: la scaletta argutamente include anche Star Spangled Banner, la cui esecuzione andata in scena a Woodstock è uno dei vertici non solo di Jimi). E sentire un gruppo così caratterizzato stilisticamente alle prese con questo repertorio fa venire in mente quello che diceva Zappa per spiegare l’importanza del “timbro” nella musica: “pensate a quello che diventerebbe Jimi Hendrix eseguito con un’orchestra di fisarmoniche”.

Qui ci siamo vicini, benché gli archi e il resto siano abrasivi e impudenti come al solito, e come musica richiede. E se Hey Joe e, in parte, Fire pagano l’assenza della batteria (e forse una presenza dovuta più alla fama che a un’idea forte per arrangiarle), Purple Haze come detto ed altre invece mantengono piglio rock grazie ai consueti accorgimenti ritmici ben padroneggiati dai nostri (Spanish Castle Magic, Manic Depression e soprattutto Gipsy Eyes), l’inno USA nella sua solennità torna quasi all’originale vero (ma ricorre al distorsore per avvicinarsi a Jimi), Angel prende un che tra Hollywood e Costello col Brodsky Quartet, e in Third Stone From The Sun si mantiene l’India e si sostituiscono il free-jazz, la psichedelia e il rock mescolati nell’originale con accenti quasi latini e reminiscenze di soundtrack disneyane, mentre Voodoo Chile (con l’intro per sole voci) pare fatta apposta per il trattamento da Quintorigo aggressivi (con un bel theremin in mezzo opera di Vincenzo Vasi, già con Capossela).

La chiusura sbarazzina di una Up From The Skies che swinga leggera neoclassicismo dà il senso di divertimento e omaggio di un’operazione (o: esperienza) che non le evita tutte, ma in generale supera bene le difficoltà delle premesse.

 

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