Recensioni

I chiaroscuri della città di Bristol continuano a sedurre con la loro portata immaginifica. Parliamo dei Quade, quartetto sperimentale formato da amici di lunga data, e con all’attivo già l’acclamato album d’esordio, Nacre. La loro grammatica sonora attraversa post-rock, ambient, dub, folk e psichedelia, guadagnandosi l’etichetta di “cerebral art rock”: una formula che conferma l’identità di un progetto costruito su uno sperimentalismo ragionato e ricco di incastri calibrati. The Foel Tower esce per la londinese AD 93 (Moin, Overmono) e rappresenta la naturale evoluzione della loro ricerca sonora, in bilico tra atmosfere gotiche e psichedelia cosmica.
In The Foel Tower, a farsi strada tra luci e ombre sono le tensioni emotive dei singoli membri, riflesso di un periodo che – a detta della band – non è stato semplice. Il disco è nato durante un isolamento creativo di dieci giorni nella Foel Tower, un ex casolare per l’estrazione dell’acqua, abbandonato e immerso nelle valli di Nannerth Ganol. In questo scenario parole, suoni, accenti e ‘rumori’ diventano parte di una narrazione che ha a che fare con uno spazio geograficamente definito ma anche foriero di significati simbolici. La dimensione offline e la ricerca di una connessione reale con l’ambiente, come già raccontato per le prove recenti di artisti del calibro di Chris Eckman e Denison Witmer, torna ad essere centrale e fotografa la necessità di riappropriarsi di spazi e tempi fagocitati da un’imperante ipnocrazia digitale.
The Foel Tower, con i suoi appena sei brani in scaletta, continua ad esplorare i confini labili dell’art-rock più sperimentale, imboccando percorsi con affacci su panorami liminali e inspessendo i confini di una ricerca che punta a riscrivere il paradigma sic et simpliciter del post-rock più dogmatico. Trovano spazio allucinazioni cosmiche e frizioni da cinema noir (Beckett), che ricordano elargizioni sonore in quota Dirty Three, e bruschi cambi di traiettorie (in See Unit), a metà strada tra il post punk dei colleghi d’etichetta Moin e l’estaticità dei Talk Talk.
I cambi di inquadratura coincidono spesso con l’emergere di uno strumento che si fa portavoce di una suggestione specifica: è il caso della struggente intro di pianoforte in Bylaw 7.1, intrisa di echi à la Mark Hollis, mentre Nannerth Gannol è imbevuta di saturazioni ambient e fratture dark-noise che la relegano in uno scenario inafferrabile tra Tortoise e Grouper. C’è spazio anche per forme di pacificazione che si riflettono nell’ibrida veste acustica di Canada Geese, slowcore da respiri profondi, e nella conclusiva Black Kites, con i suoi field recording ed un post folk sghembo ancora sulle tracce di Warren Ellis e soci.
Con The Foel Tower, i Quade non solo confermano quanto di buono già espresso, ma alzano l’asticella della loro ricerca. Un progetto che li pone tra i nomi da seguire con maggiore attenzione nei prossimi mesi.
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