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Q Lazzarus, il moniker di Diane Luckey, potrebbe dirvi poco o niente. Eppure, dietro a questo nome così oscuro e misterioso, si cela una storia straordinaria e troppo presto dimenticata.

Artista afroamericana originaria del New Jersey, si trasferisce nei primi anni ‘80 a New York, dove fonda con William Garvey il gruppo Q Lazzarus and the Resurrection. Si esibiscono in piccoli club (Diane canta e suona le tastiere), ma hanno poca fortuna, tanto che lei per guadagnarsi da vivere comincia a fare la tassista.

È così che una notte conosce il regista Jonathan Demme, che ne rimane profondamente colpito, tanto da chiederle di fare una comparsa in Qualcosa di travolgente (1986), inserendo nella colonna sonora un brano della sua band, Candle Goes Away; la cerca nuovamente nell’88, includendo la canzone Goodbye Horses nel suo Una vedova allegra…ma non troppo. Lo stesso brano verrà riproposto nel campione d’incassi Il Silenzio degli innocenti (1991), facendo da sottofondo a una delle sequenze più memorabili e agghiaccianti della pellicola: il celebre ballo del serial killer Buffalo Bill.

Nonostante l’affetto del regista, che la chiamerà ancora nel 1993 per recitare in un altro suo capolavoro, Philadelphia (1993), dove le farà cantare una cover di Heaven dei Talking Heads, Q Lazzarus e la sua band non registrano nessun disco fino al loro scioglimento (1996). Nel frattempo, Diane si trasferisce a Staten Island e ricomincia a fare l’autista. Incontra per caso e racconta la sua storia a Eva Aridjis Fuentes, regista messicana, che decide di farne un film. Cominciano a lavorarci fianco a fianco, ma poi nel 2022 l’artista viene a mancare a soli 59 anni. Fuentes continua il documentario dedicato alla memoria di Diane con l’aiuto dei suoi familiari.

In concomitanza con l’uscita di Goodbye Horses: The Many Lives of Q Lazzarus, Sacred Bones pubblica una raccolta di brani che ne attraversano l’intera carriera, e che di fatto è il primo (e unico) full length che avremo mai di Q. Dieci brani nel formato vinile (21 nel formato CD), registrati tra il 1985 e il 1995, che sono un distillato purissimo di spooky new wave, sofisticato synthpop e persino proto-house. Oltre alla bellissima Goodbye Horses (presente in due diverse versioni), troviamo la già citata cover di Heaven, nonché una rivisitazione di Summertime di Gershwin in versione dub.

Un’operazione di recupero e di riscoperta, quella di Sacred Bones, che ci fa quasi sospirare di malinconia: quanta incompiutezza, ma soprattutto quanti universi  inesplosi e quanta avanguardia in quella mirabile contaminazione di generi, influenze e stili. E, soprattutto, quante potenziali hit, in anticipo su tutti i tempi, che per uno strano scherzo del destino ascoltiamo solo oggi, fuori tempo massimo.

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