Recensioni
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Diego Ballani
- 27 Novembre 2014
Sarebbe bene iniziare a stimare il peso specifico della città di Filadelfia all’interno dell’arcipelago indipendente dell’ultimo lustro. I segnali si moltiplicano stagione dopo stagione, con artisti che hanno avuto tutto il tempo di forgiare il proprio songwriting all’ombra di un’estetica DIY che per molto tempo li ha tenuti lontano dai grandi giri. Diradati i fumi lo-fi, si sono visti sbocciare album fantastici, quasi sempre di ispirazione folk, ma ognuno con la sua peculiarità e il suo pedigree artistico in bella mostra.
L’ultimo in ordine di tempo è quello del buon Mike Polizze, la cui scrittura ad onor del vero era già matura al tempo degli esordi casalinghi (basta dare un ascolto a quel Dizzy Polizzy che lo scorso anno raccoglieva il primo materiale a firma Purling Hiss). Ispirazione folk rock cristallina, ballate dall’occhio lucido e turgori college rock, restavano sepolti in tracce dalla qualità sonora a dir poco frustrante. Oggi i Purling Hiss (che nel frattempo sono diventati un solido power trio) reclamano il proprio spazio in virtù di una produzione appena più pulita, che permette di goderne appieno le qualità estetiche.
Lo stile di Polizze non è direttamente assimilabile alla vena meditabonda e surreale di un Kurt Vile, né al brillante artigianato folk pop di Adam Granduciel (e dei suoi The War On Drugs). Tuttavia ha quel background sedimentato a suon di ascolti furibondi di college radio (in tempi in cui le college radio rivaleggiavano, in quanto importanza, alle grandi stazioni FM americane) che lo fa arrivare per vie traverse (passando dai Dinosaur Jr meno auto-indulgenti e dal noise pop intriso di umori psycho folk di Pavement e Sebadoh) ad un risultato che lo avvicina alla stessa sensibilità dei suoi concittadini.
Probabilmente dei tre è quello che continua riporre maggiore fiducia nel rumore e nelle doti taumaturgiche di una chitarra distorta. Di certo questo Weirdon è un disco intriso di umori 90s fino al midollo. Non tanto nelle esplosioni power pop di Airwaves e Where’s Sweetboy, con i loro due accordi grattati via e il chorus che si consuma ad appena pochi secondi dall’inizio del pezzo. Neppure per quella I Don’t Wanna Be A… che tradisce l’impronta dei Nirvana più intimi e disturbati. Più di tutto è lo spleen sfilacciato di Another Silvermoon a citare una classicità folk rock a cui si sono abbeverati molti degli eroi dei 90s, quella dei Crazy Horse per intenderci, citati senza troppi filtri nel lungo e accorato finale di Six Ways To Sunday. Di tutta questa nuova schiera di neo tradizionalisti Polizze è certamente uno dei più dotati. Weirdon è il suo manifesto, articolato in undici frammenti perfettamente bilanciati tra rigore formale e voli pindarici della fantasia.
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