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7.4

Mi piace pensare che nello scatto di copertina Jacob Allen stia facendo ciò in cui per più di un decennio non è riuscito: dormire. Vittima dell’insonnia da quando aveva dieci anni, il musicista noto come Puma Blue si mostra proprio su un letto, ma l’immaterialità dello scatto, il taglio del corpo, la posizione delle gambe, il gusto di dormire in diagonale, come cantava qualcuno, suggerisce una nebbia propria più del sogno che della realtà. Puma Blue, con la sua mistica noir a tirar le fila dell’atteso album d’esordio, affronta il dolore, per lasciarsi andare a una rinascita luminosa, grazie all’amore vivido di una nuova relazione. Ma per farlo preferisce dialogare e interrogare le ombre, quelle che comprende meglio delle luci. In Praise of Shadows attraversa una strada tortuosa di sogni vaganti, giorni cupi e notti lussuriose con linee di chitarra ipnotiche e ritmi elettronici smorzati, un balzo in avanti impressionante rispetto alle produzioni lo-fi, da cameretta, dei primi EP. Oggi assistiamo alla formazione notturna di un suono completamente realizzato, maturo, avvolgente.

Il musicista che il Guardian aveva definito il Frank Sinatra di South London affronta oggi tematiche centrali come salute mentale, depressione, suicidio e mascolinità tossica attraverso il filtro della letteratura – quella giapponese di Jun’ichirō Tanizaki – e affiora nel presente, portando con sé i ricordi di una vita, soprattutto i peggiori ma sempre bilanciati da uno sguardo ottimista. È un disco intimo, che sa di rinascita e disperazione, di segreti e perdono, di amarezza, amore e poesia. Allen è abile nel passare dalla produzione minimalista a strati sonori complessi: chitarre scintillante e synth frastornati completano i ritmi hip-hop e le melodie animiste.

Con In Praise of Shadows Allen dimostra di saper creare paesaggi sonori lussureggianti mescolando senza sforzo la sensualità urbana con un canto quasi ipnagogico. Ma l’aspetto più importante del disco è sicuramente la convivenza di influenze e stili molto eterogenei: dai beat hip hop in odor di J Dilla a vibrazioni più chill out (senza correre il rischio di suonare superfluo), passando per un tappeto di riverberi e una forte impronta jazz che unisce Morphine e Chet Baker, combinando l’ambiguità della notte con la sicurezza del giorno.

Ha una scrittura imponente Allen, qualcosa su cui bisogna concentrarsi: questo è un disco impossibile da usare come sottofondo, la sorte più crudele per chi vuole fare il musicista. Il linguaggio della musica praticato da Puma Blue è un sentimento granuloso e inebriante, un dream soul che sposa le tonalità blues di Jeff Buckley, ispirazione e memoria viva per il giovane Allen che scortica (pure lui!) la sua Telecaster ronzante e porta la voce proprio come il cantante americana faceva nel suo Live at Sin-è, aggiungendo basi di drum machine lo-fi, piano rhodes e sax nu-jazz. Il timbro vocale – a tratti stordito – emoziona col suo farsi onesto e delicato, morbido e galattico, dalla forza espressiva fortissima. Alle volte è un bene non lasciarsi intimorire dal paragone con i grandi, se lo si fa con la dovuta onestà.

La sua voce cruda e distintiva taglia i ritmi languidi, i tessuti dell’amore, della perdita e della rinascita: è un bedroom r&b intimo e jazzy. La vulnerabilità di Puma Blue permea ogni angolo del disco, ogni crepa, ogni piega: che sia la vicinanza del suo respiro o la voce sfocata in falsetto, realizziamo che la produzione lo-fi da lui scelta non fa niente per dissipare l’idea che stiamo entrando nel suo intimo, talvolta doloroso, origliando i suoi pensieri più segreti.

La malinconia di Sweet Dreams, con tutte le increspature di synth e chitarra, è un’ode setosa al lasciarsi andare che sfocia nel r’n’b agrodolce di Cherish, tra basso nebuloso e ipnotico, riff di chitarra scintillanti e morbidi sospiri vocali. Spinta da un fresco ritmo hip-hop e mormorii intrisi di riverbero, Velvet Leaves è una delle canzoni più personali e oneste di Puma Blue che qui esplorare il tentativo di suicidio di sua sorella, qualcosa di molto grande e molto difficile da elaborare. Dal passaggio fuggevole di un violoncello alle percussioni più aperte e sincopate che si intrecciando sottili, tutto diventa espressione della vulnerabilità di un giovane uomo la cui arte incoraggia e solleva. C’è sempre speranza, nonostante tutto. Already Falling è un soliloquio d’amor puro, immerso in sonnolenti ritmi di batteria; la voce di Allen si spinge sensuale finché il dolce ululato del sassofono non prende il sopravvento: jazz in sordina e parole intrise di miele, se esiste un archetipo alla musica di Puma Blue questo brano lo rappresenta al meglio.

L’euforia romantica di Sheets così sublime, così surreale, con le sue ondate di archi orchestrali, evoca immagini di vecchi film e non sorprende scoprire nella traccia la presenza di un sample del film preferito di Allen, Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Gondry. In mezzo al disco si scorge poi un corpo estraneo, fatto di beat sincopati e percussioni jazz vorticose, qualcosa che risveglia dopo il low downtempo in cui eravamo immersi: è Oil Slick, costruita su un groove di batteria breakbeat, dall’energia densa e nervosa, che col suo finale traballante, regala un’atmosfera quasi punk. Se lo scintillio shoegaze di Is It Because fluttua tra archi, synth ambientali e un’arpa dolcissima, tanto da riportarci ai primi Cigarettes After Sex, Bath House attinge a piene mani dai Radiohead di The King of Limbs, nelle pause fumose, nelle accelerazioni fluttuanti, per poi lasciare la scena a un impeccabile sax che svanisce direttamente nella traccia finale. L’armonia dorata quasi à la Nick Drake di Super Soft scrive il finale perfetto, ora che il crepuscolo sembra sparire, e si può lasciare spazio (e suono) al sole di un nuovo giorno.

Emergere, tra un sonno ritrovato e l’ultima particella d’ombra: sogni d’oro Puma Blue.

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