Recensioni

6.5

Dopo aver esplorato la seconda guerra mondiale dal punto di vista degli Alleati nell’esordio Inform – Educate – Entertain (2013), le rotte lunari in The Race For Space (2015) e le comunità di minatori gallesi nel più recente Every Valley (2017), torna l’alt concettuale dei Public Service Broadcasting. Il nuovo album Bright Magic è un viaggio meta-storico e meta-musicale nella città di Berlino, qui vista come capitale de facto dell’Europa unita. Le scelte tematiche di Willgoose e Wrigglesworth, entrambi originari di Londra, non sono mai scontate e l’ambientazione berlinese, per il loro primo album post-Brexit, sembra voler contrapporsi alle derive politiche del loro paese d’origine.

A differenza degli album precedenti, Bright Magic non è un prodotto d’informazione, né di educazione. Al contrario, la comunicazione emotiva dell’album è data da una serie di tocchi impressionistici, in un viaggio che attraversa le glorie e le ferite della capitale tedesca, ma anche la frenesia dei suoi locali, le luci sempre accese, i fumi delle fabbriche, la filosofia. Le cattedrali sonore dell’opera si dividono in tre momenti: Building A City / Building A Myth / Bright Magic. Dal costruire la città al renderla mitologica, si procede dal basso verso l’alto, campionando a più riprese (e prendendo ispirazione da) Wochenende di Walter Ruttmann, l’opera seminale del 1928 che anticipa la musica concettuale, l’ambient e il noise. I collage di musica, parlato, natura e urbano di Bright Magic si uniscono in un’evocazione sonica di Berlino, una narrazione frammentaria che l’ascoltatore deve ricostruire con i propri mezzi intellettivi.

Musicalmente, i PBS spingono ancora di più sulle chitarre elettriche e affondano nello storico cuore dark della città grazie a bassi sintetici più marcati. Questo contribuisce a creare un album ben più fruibile e meno lineare dei precedenti, in cui non mancano i momenti orecchiabili. Prendiamo Blue Heaven, per esempio. Siamo dalle parti di un electro-pop molto “convenzionale”, in cui la voce dei berlinesi Gurr Andreya Casablanca, gioca con il brano quasi omonimo di Marlene Dietrich. Stesso discorso si può fare per il singolo People, Let’s Dance, che isola le chitarre di People Are People dei Depeche Mode, le mescola con la New Wave più pura dei New Order. Viene fuori un groove danzereccio, in stile electro-teutonico. La band ci dimostra che sa giocare anche con linguaggi musicali più consueti.

Al di sopra di queste fondamenta ordinarie, però, si elevano gli episodi di spessore più elevato: Im Licht, per esempio, è registrata con i sample di un ricevitore elettromagnetico utilizzato nelle vie illuminate di Leipzigerstrasse, sede del primo lampione cittadino. Willgoose e Wrigglesworth sono bravi a combinare archeologia del suono e psico-geografia in un brano che esplora il concetto della luce e omaggia le pioneristiche aziende elettriche come AEG e Siemens tramite vocoder alla Daft Punk, percussioni profonde in stile Atmosphere dei Joy Division e lunghe fughe di synth cinematici. Il filone cinematico, a dire il vero, percorre tutto il disco. Passa anche da Der Rhythmus der Meschinen, un rock tribale in cui i Chemical Brothers di Music:Response incontrano l’industrial degli Einstürzende Neubauten di Blixa Bargeld, che infatti presta la voce al brano. Cinematica è anche The Visitor, personale omaggio della band alla Berlino di Bowie e, in particolare, a Warzawa da Low: un pianoforte al centro di un arazzo di colori sintetizzati in musica.

Si finisce con la sinfonia in tre atti Lichtspiel (“film” in tedesco), che suggella l’ascensione a “mito” della città e l’importanza (per la città e per il “mito” stesso) del concetto di “luce”. Questa narrativa ci trascina verso una città che smette di essere luogo fisico (sembra chiamare in causa lo strutturalismo delle Città Invisibili di Italo Calvino) e si smaterializza in concetto “luminoso”, mitologico, appunto. Il suo essere effimera, impalpabile dà la possibilità ai nostri mezzi intellettuali di esperirla a pieno, in qualsiasi luogo o stato d’animo ci si trovi. Via il cantato, via il parlato e via quasi completamente le chitarre: attraverso questi tre brani, la città – il concetto “luminoso” di essa – diventa attore protagonista e prende la parola: sono suoni immateriali, quasi liquidi, in cui il tappeto sonoro è in simbiosi con la realtà stessa. Un trittico molto ambizioso, ma tutto sommato efficace.

I Public Service Broadcasting sono bravi a non invadere e ad omaggiare le varie epoche (musicali e non) della città al centro di Bright Magic. Si sono immersi fino in fondo nel Geist urbano, registrando l’album nello storico Hansa Tonstudio (lo stesso della trilogia berlinese di Bowie e altri capolavori) e passeggiando per le vie della “Hauptstadt” della Repubblica Federale Tedesca. Rimane però la tentazione di continuare ad etichettare la band con dei marchi riciclati, senza che venga mai fuori uno stile riconoscibile. Anche Bright Magic, sebbene di più ampio respiro rispetto ai precedenti, non lavora con concetti originali e sembra ingarbugliarsi irrimediabilmente nel solito divertissement intellettuale.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette