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Con la sigla PE si parla probabilmente dell’essenza ultima dell’hip hop, quella più profonda e genuina: hip hop urgente, attivo, militante, spesso scomodo e sopra le righe quando non proprio apertamente sovversivo. Se guardiamo a trent’anni fa, già solo acquistare un disco dei Public Enemy era in sé un gesto di aperta protesta. Erano altri tempi, vero, e parliamo di un approccio fortemente politicizzato all’hip hop che oggi sopravvive, pur profondamente mutato, forse nel solo Kendrick Lamar (TPAB è stato, senza mezzi termini, il disco più collettivamente politico degli ultimi anni).

Leggere oggi di un disco firmato PE ad intento auto-celebrativo, a mo’ di regalo per i fan, lanciato da Chuck D con una una sequela di numeri su dischi, tour e Paesi attraversati in tre decenni di onorata carriera – non lo neghiamo – fa un po’ specie. In soldoni, è una roba che fa un po’ a pugni con l’idea di hip hop di cui abbiamo detto poco fa. Perché se nella cultura hip hop esiste un gruppo che meno si sposerebbe con l’idea di tronfie e posticce auto-imbalsamazioni istituzionalizzanti, quello è il tandem Chuck D/Flavour Flav. E invece eccoci, qui a scrivere di un disco distribuito in free-download per la dubbia gioia dei fan storici. E – lo diciamo con un bel sospiro di sollievo – al netto delle perplessità di cui sopra, qualche gioia di cui godere qui l’abbiamo. Perché se è vero che nel 2017 il Fight the Power di trent’anni fa suonerebbe un po’ anacronistico, bisogna dire che l’operazione è svolta con intelligenza: a parte qualche perdonabile momento, l’atteggiamento da vecchio leone che da sovversivo è diventato reazionario è scansato in agilità; oppure viene condotto con la solita veemente eleganza: «we lost real flows to mumbles and memes». C’è qualche prevedibile riferimento a Trump (ma non troppo invasivo), un richiamino a Kanye e Kim, il solito ossessivo slogan da canto di protesta ripetuto come un mantra («If you can’t join em, know you gotta beat em»).

La produzione è tipicamente Bomb Squad, piacevolmente ruvida, vintage e contaminata di refusi rockettari. Anche qui si rischiava l’effetto dinosauri, ma è innegabile che il fascino classic di tirate come la splendida Smash the Crowd funzioni ancora alla grande per chi ha amato i due nel loro periodo d’oro. Quindi le perplessità erano tante, ma ad ascolto concluso ci si accorge che nel giochino ci si è caduti in pieno, ma atterrando in piedi. E con la conclusiva Rest in Beats una lacrimuccia non può non scendere.

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