Recensioni

Per alcuni artisti, il riconoscimento arriva a posteriori, quando sono oramai lontani dalla propria produzione. Ma nel frattempo le loro opere si sono fatte strada in alcuni circoli, hanno raccolto attorno a sé un nugolo di curiosi scopritori, che le hanno ammirate, assorbite e rimesse in circolo. Ecco, a Pauline Anna Strom tutto questo rischia di succedere due volte. Nata nel profondo sud degli Stati Uniti, si è fatta conoscere nel ristretto circolo della musica elettronica e sperimentale della Bay Area tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta. Strom è sempre però rimasta una solitaria, una che viveva lungo i margini e non al centro di una scena. Sarà stato perché il suo mondo – cieca dalla nascita – era così diverso da quello di chi le stava intorno, sarà per una ricerca spirituale che andava a braccetto con il clima culturale di San Francisco di allora, ma nel quale lei ha sempre cercato una strada tutta sua.
Tra il 1982 e il 1989 pubblica sette dischi, diverse cassette utilizzando una strumentazione analogica molto simile a quella di grandi maestri dell’ambient e della kosmische musik di quegli anni: Yamaha: DX7, TX816, CS-10, cose da Klaus Schulze e Tangerine Dream, ma anche Brian Eno. Ma con la musica non riesce a sbarcare il lunario, così vende tutta la strumentazione, mette da parte la musica e diventa maestra e praticante di Rei-ki. Quelle autoproduzioni vengono però recuperate nel 2017 da RVNG Int. in un’antologia, Trans-Millenial Music, che la fa tornare popolare. Sembra il momento della riscoperta, del momento in cui coloro che l’avevano carbonaramente conosciuta e amata avrebbero potuto sottolinearne l’importanza e la pregnanza. Non che non ci siano le occasioni. Partecipa a un festival dove è in cartellone accanto a Madlib e Arca, scopre di avere un pugno di fan di un certo peso, tra cui gli MGMT e – possiamo immaginarlo andando a risentire i brani degli anni Ottanta – si sente a casa propria con le composizioni di Oneohtrix Point Never. È il momento di rimettersi a comporre, di tradurre in musica le immagini che lei vede (e ha continuato a vedere) nella sua testa. Eccoci quindi a questo nuovo disco, Angels Tears In Sunlight, che nel frattempo è diventato un disco postumo, perché Strom ci ha lasciati lo scorso dicembre.
Rispetto al passato, le composizioni sono più luminose, sperimentali nella forma, ma mai inaccessibili anche per chi non sia abituato a frequentare certe sonorità. C’è un’aria di serenità e pace che si declina in nove forme, quasi grani di un rosario interiore da sgranare mentre la mente viaggia per spazi interiori in risonanza con la natura e il mondo. C’è il microcosmo pluviale di Small Reptiles on the Forest Floor, c’è un’idea originale di quartomondismo tropicale (Tropical Convergence), i contrasti tra spigoli e acque che scorrono (Tropical Rainforest), c’è tantissimo mondo animale che compare qua e là, anche sotto forma di campionamento delle sue iguane domestiche. Ma soprattutto c’è una compositrice originale, che non ha seguito mai niente se non il proprio istinto e il proprio gusto per costruire un percorso che dalla Terra sta proseguendo nel cosmo.
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