Recensioni

Uno-due, la space disco norvegese si gioca in un sol colpo le sue due carte più forti, Prins Thomas e Lindstrøm, per definire il suono che affascinerà il pubblico ora che la fase di dichiarazione d’intenti è terminata e la scena ha la giusta attenzione addosso. Per Lindstrøm – ve lo anticipiamo – lasciate a casa i dubbi nati dopo Six Cups Of Rebel e preparatevi a ricevere quello che avete sempre desiderato dalla space music ma non avete mai osato chiedere. Prins Thomas, d’altra parte, intraprende una strada speculare a quella di Lindstrøm: l’idea alla base del disco è quella di aumentare il bacino di utenza della space music usandone tutti i canoni tipici ma adattandoli più a una scena europea che semplicemente norvegese. L’intenzione è quella di scaldare l’ambiente e sdoganare il genere, come da più parti intravisto nelle recenti produzioni del filone.
Eccoci allora a contestualizzare un album che ha tutti i must come si deve del suono in questione: tracce lunghe ed esercizi in crescendo qui quasi a sfiorare un escapologia prog anni 70, basi perfette per incastri di fattori lievitanti, suoni 8 bit e richiami anni 80 (Bom Bom, Bobletekno). La cassa dritta è la nuova passione space, i loop son divertenti e ben congegnati (Tjukkas Pa Karussel) e la noia vien tenuta lontana. C’è aria di divertimento, un pezzo come Sur Svie che gioca su groove spensierati è la conferma di come sia imprescindibile oggi per questo genere guardare più al divertissement e all’happy dance che all’intelletto, a dimostrazione che il vero innovatore nascosto oggi è Todd Terje (e infatti se l’è accaparrato proprio Lindstrøm).
Con Prins Thomas l’opera riesce a metà. La sensazione è di avere a che fare con un ottimo mestierante, che dimostra di stare a suo agio sotto i riflettori del rinnovato interesse verso la space music ma che non fa molto per rendere umano un suono già inorganico per definizione. Non mancano le idee (il disco non annoierà, anzi), quello che manca è il sentimento, il calore, l’umanità, tutta la precisione d’incastro che invece a Lindstrøm è riuscita alla perfezione. Il paradosso di Prins Thomas II è che il voler guardare cosi scolasticamente a scenari europei renda il tutto invece molto norvegese. Un peccato? Per niente, ma questo è agire (solo) da comprimario.
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