Recensioni

Uno dei primi versi di Love Insurrection recita: “The blind lead the blind and the truth ain’t truth anymore”. Nel frattempo il pezzo, scelto come singolo anticipatore, si sgrana in sella a un funky soul squadrato e incalzante, divaricando il solco tra impegno (con chiusa finale recitata in italiano dalla musicista tarantina Anna Caragnano) e fervore ormonale, come se la chiamata alle armi e il risveglio cerebrale non potessero prescindere dal ritrovamento del bandolo sensuale, da una rinnovata eccitazione che ci connetta al nostro esserci fisico, ventrale, concreto, in opposizione al nostro esistere sempre più digitalizzato, sempre più traslato nel dominio del virtuale. Insomma: move your ass & your mind will follow, come dicevano quei tali.
Sta in gran parte qui – se non tutto – il motivo per cui i Primal Scream tornano oggi a suonare sensati, forse perfino necessari, dopo una fase discontinua culminata col piuttosto sfocato Chaosmosis del 2016, nel quale si verificò uno sfilacciamento preoccupante tra contenuto, forma e ispirazione, le ultime due come irrigidite allo stato di minimo sforzo, quasi che in un’epoca di revival stratificati e sistematici bastasse timbrare il cartellino per salire sulla giostra e ok, a posto così. Col qui presente Come Ahead la band – ormai un quartetto dopo la tragica morte di Martin Duffy avvenuta nel 2022 – recupera invece il senso dell’attrito, della calligrafia che incide la superficie per scavare segni ambigui, turbolenze, perturbazioni. Per innescare dispositivi – vivaddio – espressivi.
Un processo che inizia con la ri-definizione del terreno su cui agire: un sostrato ibrido, più un organismo che un patchwork, a base di istanze variamente black (funk, soul, disco, gospel, blues, blaxploitation…), psichedelia liquorosa, elettricità sclerotizzata ed elettroniche ipnotiche/spettrali (un plauso alla produzione, densamente cinematica, di David Holmes). Il tutto – appunto – in un composto organico che è sì artificioso ma non tradisce artificiosità, e che al contrario sembra emergere già formato da chissà quale (dis)continuum temporale col preciso scopo di trasmettere un messaggio rivolto agli abitanti del qui e ora. L’ascolto tende verso la trance, suggerisce un flusso che attraversa le cose e le dinamiche tra le cose, pur essendo intriso e saturo di rimbombi del passato, ovvero di un passato che si ricodifica senza posa, che infesta le vibrazioni contemporanee p(rop)onendosi come loro fondamento, annullando in un colpo il delta temporale e la distanza retorica. Come un grande “ora” serpeggiante, acido, erotico, umoristico, spirituale, insidioso. E quindi, e in ragione di ciò: politico.
Le danze si aprono con Ready To Go Home, baldanzoso canto del cigno disco-funky dedicato alla memoria del padre di Gillespie, lo stesso immortalato nella copertina: da un lato è un invito a farsi trovare vivi dalla morte, dall’altro un ritorno a casa, a un prendersi cura della realtà strutturato su valori e princìpi che eccedono la convenienza immediata (Gillespie senior, morto nell’aprile del 2003, era un noto sindacalista e politico di area labour). Quanto al resto, la scaletta non concede tregua, pur modulando sapientemente la tensione. Per dire: alla disco adrenalinica spennellata di archi e ottoni di Innocent Money (nel mirino lo spietato meccanismo produttore di neo-povertà – “The fox guards the chickens, the chickens don’t mind/The system is rigged like a Vegas casino”) risponde una Melancholy Man con la sua uggia palpitante à la Damon Albarn tra geometrie jazz-soul, striature blues-psych e respiro gospel; e se Heal Yourself lascia affiorare l’immancabile vena Stones con una specie di Fool To Cry dimessa seppur capace di un ritornello speranzoso (“If you’ve no love for yourself/How can you love somebody else?”), d’altro canto Love Ain’t Enough digrigna riff a passo marziale e canto svenevole come dei Depeche Mode bluesy ipnotizzati Suicide.
Da sottolineare poi le macchinazioni tribali Talking Heads di Circus Of Life – attraversata da propulsioni robofunky beckiane – e dell’allucinata The Centre Cannot Hold, in entrambe un disgusto obliquo rivolto alla caotizzazione ipocrita del puzzle socioculturale (due frammenti piuttosto emblematici: “He’s trying to fill a hole that can never be filled/The more he digs the deeper trouble he’s in” e “/You’ve got karma to burn/Searching for meaning, but the meaning is lost”). Detto di una False Flags che dipana una ballad torbida e grave non lontana dai Blur più strascicati e un testo che rimanda alla poetica springsteeniana dei reduci di guerra (“They sold me a lie, like many others I bought it/They conjured a war, I served and I fought it”), altro pezzo incendiario è sicuramente Deep Dark Waters, cavalcata rock sgranata electro-soul (vagamente e stranamente Afghan Whigs) che inveisce senza riguardo contro la “gestione” disumana e fallimentare dei flussi migratori (“We thought we’d seen the last/Of the Euro high-class butchers/The fate of mice and men/We’re sleepwalking again/Into a mess of our own making”).
Chiude le danze Settler’s Blues, quasi degli Animals preda di una narcosi lucida e visionaria, i versi che ripercorrono la lunga catena di ingiustizie causate dal miraggio imperialista britannico, riallacciandosi – in una sorta di improbabile ma doverosa chiusura del cerchio – a quelle stesse linee di forza che dettero vita al british blues dei 60s sulle macerie della catastrofe bellica.
In definitiva è un disco che si muove nel solco del già sentito con una sorta di sacro furore attualizzante, neutralizzando così la vibrazione sorda e utilitaristica del citazionismo retromaniaco. Il che ci autorizza a dire che i Primal Scream sono tornati, agit-p(r)op come non mai.
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