Recensioni

Uno dice baita in montagna e subito pensa a goderecci weekend ad alta quota, tra scenari imbiancati e tramonti mozzafiato da rimirare estasiati con in grembo una tazza di tè caldo e a portata di mano un vasto assortimento di biscotti danesi al burro. Se poi tale paradisiaca visione la si volesse associare alla musica, penseremmo a un sottofondo di vellutato lounge pop o, tutt’al più, a un accompagnamento di buon jazz d’annata. Questo per i comuni mortali. Poi ci sono i Post Animal, che una baita in montagna (e segnatamente sul Big Sky, nello stato del Montana) l’hanno affittata, sì, ma per registrarci la loro seconda prova in studio, che giunge a due anni di distanza da When I Think Of You In A Castle (evidentemente hanno un debole per le residenze da Smartbox) e si attesta come messa a fuoco definitiva di uno stile che pesca a destra e a manca curandosi poco – forse anche troppo poco – dei generi. Dov’è la stranezza? Nel fatto che crepuscoli rosa e candide vallate senza fine non li hanno ammorbiditi, piegati, addolciti, ma li hanno resi – se possibile – ancora più inquieti e disturbati. Non si spiegherebbe altrimenti la costante ricerca del colpo a effetto e l’instancabile, quasi isterico, bighellonare tra i generi.
Evitare i clichè è un po’ …un clichè per chi è alla costante ricerca dell’elemento sorpresa, ma la band di Chicago non solo li evita, i luoghi comuni, ma si produce in un vero e proprio slalom impazzito (per restare al tema neve) tra stilemi in apparente antitesi tra loro, avvalendosi di chitarre grondanti, synth schiumosi, cambi di ritmo indiavolati e repentini, e spiccatissimo senso melodico. Il tutto, ad accordarsi con un esistenzialismo fatalista, contemplativo e vagamente gigimarzulliano che porta a chiedersi, nei testi, cose tipo «Se la vita è cambiamento e il cambiamento è duro / Sarà la pazienza la sola a restare in vita»? Certo, in alcuni casi la varietà di cui sopra lascia un po’ disorientati, in quanto non sempre si profila come valore aggiunto. A volte la poliedricità, seppur lodevole come intenzione di partenza, risulta ridondante e se eccessiva può produrre l’effetto opposto, evidenziando più che altro una mancanza d’identità o perlomeno una non chiarissima idea della direzione da prendere.
Del resto, passare dagli accenni prog con quasi citazione della PFM (nonché – in coda – dei Pink Floyd di Comfortably Numb) dell’opening You Life Away allo stoner in pieno stile Kyuss e Queens Of The Stone Age del brano che ha per titolo il nome della band, fino allo psych-pop dai chiari rimandi Abba e Bee Gees impastati di acido lisergico alla maniera di Tame Impala e Besnard Lakes di Schedule e all’hard blues di In A Paradise, è roba da equilibristi che, per quanto abili, è consigliabile non lasciar esibire senza rete di protezione sottostante, che la caduta è sempre dietro l’angolo.
Però alla fine il numero lo portano a termine cavandosela tutto sommato abbastanza bene. E se i contorsionismi schizofrenici tra ballatone R&B (How Do You Feel), pièce cameristico/rapsodiche (Fitness), digressioni jazz/funk (Safe Or Not) e addirittura intermezzi kraut in odore di Can e Faust (The Whole) lasciano col dubbio se si sia ascoltata la stessa band per tutti i 47 minuti, il disco alla fine lascia un’impressione positiva. Magari, ragazzi, la prossima volta cercate di prendere una strada più precisa: è vero che l’altitudine ottenebra il cervello, ma il mal di testa – così – lo fate venire a noi.
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