Recensioni

Il ritorno in Italia dei Portishead dopo quattro anni d’assenza ha a che fare essenzialmente con l’universalità. L’universalità di un suono – come se questo fosse un mirino, in movimento e sotto controllo – che si è fatto altro, purissimo e definitivo, nel comprendere tutte le sfaccettature di un immaginario rigoroso e languido, violento e bianco, solo intuibile nei lavori del secolo scorso.

L’universalità si palesa quando c’è tutto dentro eppure nulla è distinguibile, eccoli. Non al centro dell’universo, ma l’universo – sempre musicale – stesso. L’universo dei Portishead in tour per poche selezionatissime date in tutta Europa, ancora per quest’estate, come palliativo per i mesi che ci separano dalle registrazioni del quarto, attesissimo album, previsto per il 2013. Di questo onore si sono incaricati, per quanto riguarda la medievale Italia, la graziosa Villafranca di Verona e il suo svuotato castello scaligero – una sorta di prigione a cielo aperto, sembra di stare in un romanzo di Ken Follett e vi assicuro che non è piacevole, suggestivo sicuramente – e quell’abbuffata di rock estivo che risponde al nome di RockinRoma, il giorno dopo.

L’attacco è da schiaffi. Con una Silence che, tra infiltrazioni portoghesi e lampi di immagini rubate sul palco, come sfondo un cielo blu, immobile, bellissimo, si traduce in un’amalgama che avvolge di tribalità il pubblico già a pieno regime, silenzioso e rispettoso, come tra i rivoli languidi di una Hunter che rasenta e bagna le pudenda già eccitate e accaldate di tutti questi ex galeotti reduci dagli anni Novanta triphopiani. Lo schema è chiaro e la setlist la stessa da quattro anni, si va di riproposizione quasi integrale dell’ultimo capolavoro, Third, per poi provocare qualche urletto ai cinquemila presenti, sciorinando qualche pezzaccio dai gloriosi e lucenti anni che furono.

Gli anni zero e dieci invece sono randagi, bastardi, equivocabili, e la band si accoda scivolando tra le grinfie di uno spettacolo d’alte classe, violento (una Chase The Tear che s’affida ad una lunga coda kraut, invincibile) e carezzevole (una The Rip che rende l’aria miele e sudore), fintamente pacato (una Magic Doors dai ritmi che si insinuano come sottopelle, come vermi, come amore quando la Gibbons s’inebria e ci ubriaca) o, e che diavolo, dannatamente politico, urticante: una Machine Gun che scoperchia visivamente il Nord Est, la Seconda Repubblica, i foulard verdi, l’amichetto calcio, tra fischi e urli estatici, tra ferri e sangue del mestiere ad avercene.

Dopo i coretti sensuali di Glory Box e l’inutilmente ammiccante – ma che ricordi! – Roads è tempo di rispogliarsi e di ritrovarsi ancora di nero animati, come il secolo insegna, come le loro vite insegnano, quasi maledicono. Due menzioni d’onore, per quanto riguarda sia l’esecuzione, sia l’intensità, entrambe inebrianti. Threads, con la Beth e la sua magnifica arietta da splendida zia zitella che sul finale si trascina in una masturbazione vocale, devastata e in bianco e nero, da togliere quasi il fiato alla krauta confezione che su disco la sovrastava. La rivincita delle bionde, dei gesti, di forse l’unica voce capace di ammal(i)arti.

E poi il gran finale di We Carry On, una giostra di suoni glaciali e baciamani tra le prime file, capaci di trasformare l’ascoltatore, da incubo a sogno e viceversa, e tra saliscendi infiniti, rendersi contro che l’universo è uno. Qui, loro. Universali e unici.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette