Recensioni

Viaggi. Del corpo e della mente. Nello spazio: da Roma a Brooklyn, via London. Necessario perché Mauro Remiddi si scrollasse di dosso il timore, prendesse sicurezza nel passo, mettesse da parte una band indie e si rinchiudesse (virtualmente) nella propria cameretta, dove rinascesse come Porcelain Raft per piombare a Brooklyn, dopo aver ballato a Berlino, suonato da ramingo per l'Europa, sudato in Corea e chissà che altro. Nel tempo: con la finestra del browser che fagocita cataloghi di intere etichette, scene, mode, atmosfere, lo sguardo dalla finestra capace di abbracciare tutto il mondo. Beach House, Neon Indian, Ariel Pink e M83 a segnare strade indicandone, quindi, altre mille.
E' un disco di qui e ora, Strange Weekend, sincretico, sintetico e contemporaneamente di carne fresca, vecchio di mille fantasmi e capace di immaginare un'ipotesi di futuro per il pop, in cui il senso melodico si coagula attorno a synth bagnati nello shoegaze. Trasognato (Backwards è uno splendido simulacro 4AD), cupo e avvolente come il trip hop (Is it too deep for you? non suona forse come la Bristol dei vecchi tempi?), allucinato e lucido come un sogno di Wayne Coyne (Unless You Speak From Your Heart). Si aggiungano: la forza melodica di un glitch-pop (?) che si incolla al subconscio (Drifting In And Out), l'ambient-drone-electro che scuote le vertebre (If You Have A Wish), pulsioni Sixties che emergono carsicamente nelle atmosfere californiane di Shapeless and Gone e battiti post-dubstep che innervano il tiro anthemico di Put Me To Sleep.
Strange Weekend avrebbe potuto essere il frutto di una band cool di qualche flat londinese, invece è, per scelta estetica, il prodotto di un uomo solo che ha la sensibilità di trovare strade nuove per qualcosa di così vecchio come il pop, che tutti diamo per morto a ogni nuova etichetta post- che coniamo e che continua a mutare pelle risultando ogni volta diverso e sempre uguale. Cosa serve? Il talento.
Amazon
