Recensioni

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Per uno che ha girato il mondo dalla Corea agli Stati Uniti e ha un numero indefinito di progetti musicali alle spalle, il solo fatto che rispetto al 2012 non abbia cambiato città è di per sé una notizia. Evidentemente le buone recensioni e il tour con gli M83  devono aver quietato un po’ l’animo costantemente in ricerca di Mauro Remiddi. Per il suo secondo disco sotto il moniker Porcelain Raft, l’italiano continua la sua esplorazione di atmosfere nostalgiche e bittersweet.

Rispetto a un anno e mezzo fa, però, la libertà totale che un progetto solista gli accordava (e gli continua ad accordare) è stata comunque accompagnata dalla voglia di suonare con altri musicisti: una pletora di apparizioni live al fianco di svariati musicisti USA e non solo. Le registrazioni, parallelamente, hanno l’impressione di essere maggiormente “suonate” rispetto al passato, come avviene in I Lost Connection, dolente piano-ballad che starebbe bene in un club di Manhattan. Ma non si commetta l’errore di pensare a una svolta in qualche modo accomodante. Le passioni di Remiddi sono ancora tutte lì, tra le schegge ambient (Open Letter, Warehouse), la cold wave (o glo-fi) che lo ha fatto accomunare in certi casi a Washed Out (Five Minutes From Now, Think Of The Ocean) e rimandi al pop estatico/atmosferico dei Sigur Ros (Cluster). Ma quello che sembra essersi impossessato della di Remiddi è un bisogno di catalogazione geografica del paesaggio urbano, come ben testimoniato da The Way Out, scritta durante l’uragano Sandy.

Se Strange Weekend aveva dalla sua il vantaggio dell’effetto sorpresa (o quasi: i più attenti avevano già tenuto d’occhio l’EP Gone Blind), Permanent Signal – fin dal titolo – vuole sottolineare come la “zattera di porcellana” non teme i marosi ed è qui per durare.

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