Recensioni

7.2

C’è tutta la rock-wave anni zero in Antipodes, primo full-lenght del trio neozelandese, nonché ultima sorpresa proveniente da quella modernissima periferia di mondo.

C’è la malinconia dark applicata alle slabbrature garage, ma senza trucco pesante né chincaglierie di seconda mano; l’acidità del post-punk mediata da un gusto melodico attento e raffinato, e ancora un suono liquido e increspato come la superficie della sabbia in pieno miraggio: il basso in prima fila a guidare le linee armoniche,  chitarre lo-fi vaporizzate nell’etere o accese di distorsioni fuzzose, impastate di frequenze, con una voce dal sapore squisitamente neo-eighties.

In più di un momento, vedi il singolo Heaven, si percepisce la vicinanza intellettuale e geografica con i più famosi cugini Tame Impala, lo stesso gusto un po’ nostalgico per la psichedelia, moderata e poggiata su un impianto rock caldo e variegato, che pesca da grunge, post-rock e shoegaze.

E si sentono le morbide e sognanti oscurità dei compagni di etichetta Beach House, nelle voci di Roxy Brown o 404, mentre Witches Hand evoca giubbotti di pelle logori e penombre alla Jesus And Mary Chain e B.R.M.C., con in più il dono dell’inafferrabile, quel senso di sospesa familiarità proprio degli outsiders di lusso (come Cooper Temple Clause o Celebration).

Insomma, c’è poco da fare, il miglior rock contemporaneo passa da queste coordinate trasversali, ispirate e composite. Dei Popstrangers sentiremo parlare ancora.

 

 

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