Recensioni

6.8

A dirla tutta i Pond sono stati i veri eredi dell’attitudine freak dei Mink Mussels Creek, la band che fra le altre cose ha visto crescere il talento di Kevin Parker. Meno focalizzati dei Tame Impala, più lisergici e goliardici, ma anche dispersivi (come quando hanno fatto collidere la loro attitudine spacey con l’ingenuità electro degli anni Ottanta), ci hanno abituato ad album colorati in cui si balla e ci si stona senza soluzione di continuità. Ora mancavano sulle scene da qualche tempo, proprio quando l’ultimo Tasmania ne aveva certificato l’avvenuta maturazione (cosa che nel loro universo sottosopra poteva essere percepita come il bacio della morte). Invece 9 li conferma autori di un pop trasversale e fuori dagli schemi, che porta elementi già noti (come le ritmiche bombastiche, il funky sopra le righe, la malizia glam) verso territori più song oriented.

L’opener Songs For Agnes ci introduce al sound stratificato del gruppo, in cui lo stordimento lisergico deriva da una sovrapposizione incongrua di elementi, ma lo fa sull’onda di un coro gospel e di un groove polimorfo che fungono da palcoscenico per un Allbrook quanto mai messianico. In questo senso 9 è un album in tutto e per tutto Allbrook-centrico: al buon Nick è bastato smussare i frangenti più eccentrici del suo crooning e imbastire testi appena più realistici e narrativi per risultare credibile e magnetico.

Altra novità: rispetto al synth pop già abbondantemente saccheggiato nei precedenti lavori, i Pond optano per groove più 90s oriented. A quella fusione fra ritmiche dance e pesantezza industrial sono ipirate le pulsazoni spigolose di Human Touch (il cui testo è puro spleen post lockdown) e i vortici di Pink Lunettes, riflessione sul tempo che scorre affogata in una technodelìa che non lascia spazio alla nostalgia.

Il ventaglio di influenze è sempre più nutrito rispetto a quello dei gemelli Tame Impala: si va dalla pantomima di America’s Cup (disamina sul tema della mascolinità tossica che imbraccia il disco glam degli Scissor Sisters) a climatiche ballad fra lo-fi (Czech Locomotive) e yatch rock (Toast). Manca solo un Kevin Parker in regia, che dia ordine all’ispirazione e metta a segno la potenzialità anthemica e la frenesia mutant disco di un brano come Rambo trasformandolo in una hit.

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