Recensioni

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Con la speranza che il titolo non sia foriero di brutte news per il futuro del duo Polvere, ci accontentiamo di ritrovare Mattia Coletti e Xabier Iriondo in questa tape come al solito ottimamente curata dalla label svizzera Old Bicycle in collaborazione, per l’occasione, con Fabrizio Testa Produzioni.

Album lungo che va a concludere il trittico dei formati inaugurato dal CD Polvere del 2006 e proseguito col 10” sempre omonimo dell’anno successivo e figlio di sessioni di creazione e registrazione lunghe un quadriennio, The Polvere’s Farewell ci mostra al solito i due intenti ad intarsiare suoni di corde con Coletti addetto prevalentemente all’aspetto acustico – chitarre acustiche e classiche, ukulele ma anche piano, batteria e field recordings – mentre il sodale si muove sul versante elettrico con basso e chitarra, oltre che con gli ormai ben noti strumenti autocostruiti come il mahai metak o il trikanta veena.

Voci trovate o sussurrate (da MLK del famoso “sogno” a oscuri cantori pre-guerra italiani), folk e blues delle origini sporcati di polvere, appunto, tanto da uscirne sempre screpolati e gracchianti, incrostati da uno scorrere del tempo che li rende preziosi senza essere memorabilia, sensibilità lomaxiana e spirito iconoclasta, sperimentazione sonora e irrequietezza terzomondista, si alternano e confondono in questa specie di giro del mondo in musica, coi due (Glauco Salvo dei Comaneci aiuta col banjo in un paio di pezzi) guide spirituali in un percorso che tocca vicino e lontano Oriente (The Turkish Prisoners Chant, From India To The Scala Theatre) così come le frontiere del desertico e lontano west americano (Dusk Folk Song, The Clergyman And The Water) e le insalubri acque del delta del Mississippi (un po’ ovunque aleggiano fantasmatiche visioni di blues arcaici). L’ennesima dimostrazione della classe dei protagonisti e, si spera, non l’ultima.

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