Recensioni

Dopo l’esordio Pleasures (Auand, 2014) tornano i poLO con un cambio di formazione e intenti. Il gruppo non è più visto come un “progetto con collaboratori a rotazione” che fa capo a Paolo Porta (sax) e Andrea Lombardini (basso), ma diventa una vera e propria band con l’aggiunta stabile di Michele Salgarello (batteria) e Valerio De Paola (chitarra, elettronica), che sostituiscono Gileno Santana e Jonas Burgwinkel.
Il disco è un “ritorno a casa” in senso musicale, e quindi agli ascolti e alle atmosfere che hanno influenzato di più i quattro componenti del gruppo. Guardacaso negli anni ’90 i ragazzi ascoltavano indie rock e post-punk, e oggi hanno cercato di riportare tutto quel bagaglio in chiave jazz. Ma non è la fusion e non è il jazz rock e non sono le improvvisazioni classiche su temi rock (come quelle sui Radiohead di Brad Mehldau): il suono dei poLO è jazz-post-rock. Le influenze sono più vicine ai Tortoise (Back Home), ai Morphine (Yellow Girl), a qualche giro blues sporco di Mark Lanegan (Owl), tagliando tutto con dosi abbondanti di Carla Bley e qualche stop-and-go che ricorda vagamente Michel Petrucciani (Boris).
Il processo compositivo sembra talvolta nascere da ascolti ripetuti di Pavement, Sonic Youth e centinaia di altri frammenti della storia dell’indie rock, tentando di costruire un ibrido che quadri con la tradizione jazz. Il disco scorre su tempi non troppo veloci (non aspettatevi hardbop o free), ma non per questo è noioso; anzi, grazie proprio all’uso di stilemi post-rock o di qualche suono effettato di chitarra che prende il giusto da Hancock e Davis, l’album riesce a portare avanti un sound omogeneo e fluido, senza personalità che emergano troppo (uno degli episodi più felici, per l’affiatamento tra i musicisti, è il funk di Jow). Una riconferma per quattro giovani protagonisti della musica italiana tout court.
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