Recensioni

Polar Bear è un combo di Londra che fa jazz con due fiati (i sax di Mark Lockheart e Pete Wareham), la chitarra di Leafcutter John, il basso di Tom Herbert (già all’attivo con The Invisible di Dave Okumu, band di post-rock con inflessioni jazz, non a caso) – e anche, last but not least, con la batteria di Sebastian Rochford, responsabile principale anche delle composizioni, nonché noto per una chioma notevolissima, per essere parte della comunità jazz F-IRE Collective e per aver suonato la batteria nei primissimi passi dei Babyshambles.
Aleggia poi nelle bio dei Nostri il nome di Acoustic Ladyland, altra esperienza londinese legata al F-IRE, e notabile per dare ancor di più l’impressione del networking da cui i Polar Bear si sono materializzati. Una consistenza che, evidentemente, risuona nella musica, che è immediatamente riconoscibile come jazz – e come non esserlo con due sax tenori a dare il timbro alla band. Un jazz tanto modale (Bap Bap Bap) quanto più destrutturato (ma mai propriamente free, cosa che ci saremmo aspettati): Drunken Pharaoh conserva tutto lo sperimentalismo che arriva dagli sfilacciamenti strutturali dei Novanta (da noi si parlerebbe delle ultime vicende Starfuckers). E lì (come in Peepers, e nei voodoo brevissimi di Bump e Scream, quasi un Minutemen al ralenti) si vede quanto la sezione ritmica contribuisca in maniera sostanziale a non rendere banale questa musica.
Abbiamo un’ipotesi, e cioè che per Peepers si possa parlare di jazz-rock, senza per questo pensare agli anni Settanta, piuttosto al post-Novanta. E anzi, così facendo, vorremmo denunciare un’attenzione maggiore per quello che, nei Polar Bear, rimane meno vivido, figurativamente (le figure melodiche dei sassofoni), e più sedimentato, nel cervello dell’ascoltatore (le strutture).
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