Recensioni

Il filone abstract, la morte di J Dilla, la contaminazione dubstep e l’ambizione IDM, i broken beat e le infatuazioni funk, Bristol, Glasgow e gli USA e poi mettici pure il footwork e il gangsta rapping: è impressionante la ragnatela di percorsi storici ed estetici che ha segnato la sperimentazione post-hip-hop degli ultimi dieci anni e non stupisce che quel wonky che ha tenuto banco nella seconda metà dei 2000 è sempre rimasto più una questione di attitudine, difficilissimo da inquadrare secondo parametri oggettivi e afferrabile solo per assonanze e propositi compositivi, e solo se istinto e orecchio son ben sviluppati. Le cose si complicano ancor più ora che l’hot topic del momento è la trap music, termine di conio non troppo recente (se ne parla già nei primi 2000) ma riesploso più o meno dopo i TNGHT, le cui distinzioni rispetto al wonky sono ancora appassionante argomento di dibattito della comunità internazionale: si parla sicuramente di una più evidente sporcizia ghetto, un’attenuata estrazione intellettuale e l’occhio più attento verso la dimensione ballabile, ma la sfida alla definizione stabile e omnicomprensiva sarà aperta ancora a lungo.
In tutto questo aggiungici i soggetti che per natura non si limitano a uniformarsi ma ci mettono anche uno stile personale ed estrarre un disegno globale diventa praticamente impossibile. È il caso del duo lombardo Planet Soap: da sempre in evidenza come una delle realtà italiane più in vista anche all’estero, dal 2010 ad oggi si son passati un po’ tutti gli indirizzi sperimentali che contano, prima figurando come protagonisti nei nostri vari focus sulla scena beatz italica, poi riconfigurandosi nell’album su un più rassicurante piano bass e infine cimentandosi recentemente nei terreni spinosi del juke (vedi Beastie e il nostro speciale) e adesso della trap, col nuovo My Homies.
Anticipato dal gustoso video-contest (indovina i personaggi e vinci la t-shirt), My Homies è l’eppì che unisce i puntini lasciando ancora sfumata nel futuro l’immagine globale. Oltre a tutti i tratti tipici della trap (rappato negro in campioni di strada, acume ritmico che invade gli spazi, mood appesantito e innesco dell’headbanging), vengono fuori le passioni giovani dei due beatmakers, così che in Keep Coming Back fan capolino le scorie fidget dei Bloody Beetroots, le trombe tarantiniane predilette dai Jazzsteppa e i reflussi juke in loop. E se DatFeeling rappresenta la forma trap-hop di presa più immediata e Sunday la libera uscita verso una electro prog da arena, è My Homies che riassume il significante criptico-orrorifico della release, una cifra stilistica sempre presente nel sound dei PS che da Planet Terror a oggi appare perfettamente a suo agio in mezzo a gangsta movin’ e punte ritmiche. Se fossimo nel soundtracking questi sarebbero i Goblin, e per i neofiti ciò non fa che complicare la comprensione. L’entropia aumenta e i Planet Soap sembrano sguazzarci.
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