Recensioni

7.1

I Pitchtorch rientrano tra le band di casa nostra che riescono ancora a ricavare spunti interessanti dalla carcassa del rock, nonostante l’attualità musicale si muova decisamente verso altri lidi. Dovessimo citare altri casi del genere, recupereremmo forse di primo acchito i romagnoli Sunday Morning o i Rigolò, anch’essi alfieri di una nostalgia vintage tutt’altro che arresa in bilico tra indie e maggiore età, e capace di dare nuovo lustro a suoni ormai parte integrante del DNA di ogni lettore di Sentireascoltare che si rispetti.

Fatto sta che Mario Evangelista (The Gutbuckets, produttore e autore di musiche per cortometraggi e pubblicità), Danilo Gallo (un terzo dei Guano Padano, in compagnia di Alessandro “Asso” Stefana e Zeno De Rossi, e titolare del quartetto Dark Dry Tears) e Marco Biagiotti (The Vickers, L’Albero) escono con un I Can see The Light From Here che è tutto ciò che ci piace ascoltare in una produzione indipendente: una scrittura intelligente capace di rielaborare con gusto le molteplici ispirazioni che si colgono nel disco, ma sostenuta da un’attitudine obliqua e inclassificabile affezionata a parentesi strumentali tutt’altro che periferiche nel quadro generale.

Al centro del discorso ci sono sempre voce, batteria, chitarra elettrica e basso (con l’aggiunta di un organo Farfisa che spunta alla bisogna), come si conviene a gente che viaggia sui binari stilistici di cui si diceva in apertura, ma usati sempre con cognizione di causa: l’introduttiva Sometimes, ad esempio, somma un motorik ktrautrock a un arredamento fatto di trascinanti riff in stile Television e Soft Boys, diversamente da una successiva Jack Of All trades incentrata su una fisicità di accordi dritti e stoppati che si fa sorprendentemente glam rock nel ritornello. E che dire di Flying Ants o di Ask The Dust (ospite, Joachim Cooder), ballate con i Calexico nell’anima prima che nelle batterie spazzolate, di una Blame It On The Moon Wilco al 100%, o magari di una Time (Devil’s Best Delight) che con quel basso irresistibile farebbe la felicità di gente come Arctic Monkeys o Franz Ferdinand?

I Pitchforch sono bravi anche quando la materia si fa più laterale e meno immediatamente identificabile: That’s Our Blues, ad esempio, è una sorta di dub-reggae-blues che parla la lingua dei Clash più giamaicani, ma con un cantato che ricorda Nick CaveDowntown Livorno invece è uno strumentale vagamente Primus in chiave funk, mentre Mother è una splendida e crepuscolare concessione a una psichedelia giocata tutta sui riverberi della voce e gli effetti della chitarra.

Arrivati a questo punto ci accorgiamo di aver citato quasi tutti i brani della scaletta, segno anche questo della qualità generale di un disco intimo ed estroverso al tempo stesso, elaborato e dirompente, ma soprattutto sorprendente.

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