Recensioni

6.9

Chi vi parla ha conosciuto musicalmente Pino Marino nel 2003, ai tempi di Non bastano i fiori. Nel secondo disco del musicista romano si parlava un cantautorato sgarruppato e geniale al tempo stesso, figlio di un Niccolo Fabi più arguto e ironico plasmato dalla quotidianità, e di una leggerezza amara ma non arresa che celebrava il suo essere inevitabilmente vitale e poetica (ascoltatevi un brano come L’alluvione del ’43 e capirete cosa intendo). Dodici anni dopo Pino Marino è quello del video di Dimenticare il pane, un “Modugno” in giacca e occhiali chino sul pianoforte, serioso e assai rispettato nell’ambiente. Un artista consapevole e in qualche modo anche “istituzionalizzato”, aggettivo quest’ultimo che per una volta non è sinonimo di “banale”.

Cambio di prospettiva inevitabile, dovuto al tempo trascorso e alle esperienze fatte, oltre che a una discografia che con questo lavoro arriva alla quarta puntata, a dieci anni dal terzo album Acqua, luce e gas e a quindici dal primo episodio Dispari. In mezzo storie di vita e musica, come il Collettivo Angelo Mai ma anche la paternità, oltre a interessi per il teatro e la scrittura, a giustificare il lungo periodo passato fuori dai riflettori della discografia “ufficiale”.

Capolavoro è dunque un ritorno e un manifesto al tempo stesso, un disco profondamente legato al pianoforte e a una complessità musicale quasi cameristica (tra gli strumenti, vibrafono, Glockenspiel, violino, violoncello, tromba, filicorno), che non nasconde l’esigenza di suonare confortevole, elegante e quadrato, oltre che tagliato su misura sui testi. Testi che nell’universo di Pino Marino hanno sempre ricoperto una grande importanza e che continuano farlo anche qui. Quelli di Capolavoro mostrano un’essenzialità profondità, e bastano da soli per sottolineare il perfezionismo e la cura che contraddistinguono oggigiorno l’arte del Nostro (ad esempio, nelle ottime Il fatto delle cose e Non basterà).

Dispiace un po’ per quel moto imprudente di personalità, quel ridere tra ai denti delle umane sventure che una volta c’era e che ora non c’è più, sacrificato sull’altare della raffinatezza (già l’ultimo Acqua, luce e gas faceva prevedere tali sviluppi): l’altra faccia della medaglia è un album per certi versi “tradizionale” eppure lucido e sensato, consapevole ma al tempo stesso interessato alla scoperta. In due parole, un bel disco.

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