Recensioni

Di Umberto Giardini ci piace la musica, meno quanto si legge nelle interviste che rilascia ormai da un anno a questa parte. Anche perché dichiarazioni come [fonte: clapbands.blogspot.com] «ho sempre considerato la scena musicale italiana davvero ridicola; i suoi meccanismi, i giornalisti specializzati, le riviste. Una massa di cretini allo sbaraglio che si autolegittimano di giudicare e soprattutto di conoscere la buona musica», oppure «c'è molta più ipocrisia negli ambienti alternativi che in ogni altro posto immaginabile. I musicisti sono un po' come i politici, farebbero di tutto per il denaro e la popolarità. Insomma una categoria di carne rock corruttibile e prevedibile», o ancora [fonte: rocklab.it] «Le riviste specializzate italiane sono come la tv spazzatura. Alcune di loro rappresentano nel mio immaginario, quello che per alcuni è rappresentato da trasmissioni televisive come L’Isola dei Famosi o Amici» lasciano un po' il tempo che trovano. E se in parte potrebbero anche essere condivisibili (è vero che il giro indie italiano è ben lontano dalla purezza etico-ideologica che qualcuno gli attribuisce), dipingono tuttavia un quadro fin troppo generalista, riservando al diretto interessato un ruolo di giudice integerrimo che ci pare quantomeno poco credibile.
Detto questo, i Pineda non sono la band di Moltheni (parentesi solista a quanto pare definitivamente archiviata) ma una formazione composta da Marco Maracas, Floriano Bocchino e Umberto Giardini. Tanto per sottolineare che di progetto collettivo si tratta e non di un semplice vezzo del musicista bolognese d'adozione. Quest'ultimo auto-relegatosi alla batteria, per dar man forte a chitarra elettrica e piano elettrico nell'ottica di un'opera d'esordio strumentale interessata soprattutto al “suono”. Quello caldo e d'antan delle Officine Meccaniche di Mauro Pagani in cui il bravo Antonio Cupertino ha registrato il materiale ma anche quello del vinile scelto come formato privilegiato per la pubblicazione del disco (almeno fino a settembre, quando uscirà il CD).
Quaranta minuti tra post-rock americano anni Novanta e prog inglese, più Soft Machine (Give Me A Dress) che Tortoise, più Emerson Lake & Palmer che Don Caballero, più For Carnation (If God Exist…) che Slint: teste d'ariete di una passione che non sfocia mai nella filologia ma che con la nostalgia ci gioca eccome. Anche se i rimandi sottostanno a un gusto personale legato a psichedelia, funk, jazz, capace di colmare il vuoto lasciato dall'assenza di un'elasticità formale da virtuosi con un groove ammiccante, avvolgente e rigoroso. Nessuna novità e nessuna velleità di suonare sperimentali, comunque. Al massimo una buona quadratura e un aggiornamento estetico che richiama le istanze prog propagandate di recente da formazioni come i Black Mountain. In un disco forse non imprescindibile, ma di sicuro appeal.
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