Recensioni

6.7

Fare il proprio lavoro, sempre e comunque, a testa bassa. Farlo bene, a volte benissimo, con costanza, per anni. Marchiare a fuoco il canone della tradizione dubstep e sondare nuovi territori ibridi. Lontano dai grandi riflettori, ma nel cuore degli appassionati e degli addetti ai lavori. Questo è Rob Ellis, in arte Pinch, la cui gloriosa carriera – iniziata ormai 15 anni fa – è stata ingiustamente segnata dalla sfortunata coincidenza di pubblicare un album di debutto quasi impeccabile come Underwater Dancehall (anno domini 2007) nella stessa settimana di un certo Untrue.

Tradizione e innovazione, questo è Pinch, e lo stesso mantra ben si applica alla sua Tectonic Recordings, altro termometro fondamentale per misurare l’evoluzione della dance music UK-centrica ma che non ha mai visto le luci della ribalta come Hyperdub. Tradizione, per essere salito sul carro di derive e mutazioni bass, e innovazione, perché di questo carro ha preso le redini allargando gli orizzonti del possibile. Dal cantato su basi dubstep dell’album di debutto all’apertura alla cassa in quattro del 2010 (ricordate Croydon House?), dall’esoterismo tribale a quattro mani con Shackleton ai due monumentali album con Adrian Sherwood – testamenti di 30 anni di musica bristoliana, il dub che incontra il dubstep, più che un passaggio una condivisione di testimone fra due maestri – fino alle recenti esplorazioni sulle sponde più cibernetiche e rarefatte del virus bass in compagnia di Mumdance o con la sub-label Cold Recordings.

Insomma, per chi sa cosa (e dove) cercare, il nome Pinch è un mantra ricorrente. Torna oggi, dopo 13 anni, sul lungo formato e lo fa vestendo abiti in parte inattesi. Ispirato da Robert Anton Wilson e dal suo libro “Prometheus Rising” del 1983, Reality Tunnels fa riferimento a quei filtri soggettivi che applichiamo all’esperienza che facciamo della realtà. Possiamo vederlo così, questo lavoro, che include tracce risalenti agli ultimi 5 anni; come una realtà sonora afferrata attraverso il filtro pinchiano. È bene dirlo subito, allora: se l’intenzione di non adagiarsi su formule fisse e offrirci un palinsesto sonoro eterogeneo è l’ennesima dimostrazione della caratura artistica di Rob Ellis, il risultato finale è godibilissimo ma non lascia particolarmente il segno. Nessuna sbavatura, diverse tracce su cui ritornare più volte, ma manca quell’alchimia che rende un album memorabile.

Dissezionando Reality Tunnels troviamo un Pinch intento a fare i conti col passato musicale, personale e collettivo. Le connessioni più evidenti con i suoi trascorsi emergono nel grime oscuro e scarnificato di All man got e Party, con Trim e Killa P al microfono, o nell’ibrido techno-bass Returnity, o ancora nel programmatico Change is a must (con la vocalist Inezi), che a dispetto del titolo sembra uscito dalle sessioni di Underwater Dancehall e dalla fascinazione per Ryhthm & Sound.

In altri episodi, invece, il Nostro esplora territori più recenti o del tutto nuovi e quantomeno inaspettati. Proprio lui che, ormai 10 anni fa, spiazzava i puristi dubstep con la pulsazione technoide di Croydon House – di fatto sancendo l’ibridazione fra singhiozzi -step e fluidità in cassa dritta, e ispirando schiere di giovani producer – torna a spingere sul pedale techno (d’altronde l’EP su Berceuse Heroique di un annetto fa era un segnale impossibile da fraintendere) con un trittico che arriva a sfiorare i 160 BPM: con sferzate rave in Accelerated Culture, atmosfere fra Detroit e IDM in Making space, e la techno che si tramuta in jungle dell’aliena Non-terrestrial forms.

Ma neanche questo affondo in cassa dritta basta a saziare l’animo vorace di Ellis, che in ogni frangente di Reality Tunnels sembra volerci ricordare che lui è uno di quelli della vecchia guardia, uno di quelli che l’hardcore continuum se lo sono visti passare sotto gli occhi, uno di quelli che non si accontentano di aver scritto pagine di Storia ma si ostinano a testa bassa e con le maniche rimboccate a voler dire la loro. E allora, in un cortocircuito tra passato, presente e futuro, Pinch strizza l’occhio al trip hop della sua Bristol rimescolandone il DNA nella traccia di apertura, Entangled Particles, trainata dalla voce di Emika e poi risucchiata in ruggiti junglistici; si concede 5 minuti di respiro ambient con un titolo, Back to Beyond, che sa di manifesto artistico (non del tutto riuscito, ma encomiabile nell’intenzione), mentre sforna un numero degno dei Massive Attack di Mezzanine nell’improbabile traccia conclusiva.

Inevitabile il raffronto con l’album di debutto. In Underwater Dancehall, il Nostro andava a scandagliare le profondità avvolgenti dei sub-bass e gli spazi siderali in cui si avvicendavano a passo di danza percussioni, delay e voci in un meticciato precipuamente anglo-giamaicano. Quello stesso meticciato di suoni e culture viene sbandierato oggi come 13 anni fa, ma se Underwater Dancehall era un’immersione, una discesa verticale negli anfratti di un suono e di un mood, Reality Tunnels invece progredisce in orizzontale, sfrecciando in modo più epidermico ed eterogeneo attraverso il tunnel del ‘nuum e degli slanci umorali di Pinch stesso.

Eppure mancano i colpi da maestro e i trick da ricordare, di cui pure Ellis è capacissimo. Party ha tutto il potenziale per diventare la nuova Skeng (e non solo per Killa P al mic su entrambe), ma l’ingranaggio non gira del tutto; All Man Got e Returnity funzionano bene, ma sono facilmente dimenticabili dopo un ascolto; stesso discorso per Making Space e Non-Terrestrial Forms (che se non altro sarà gradita sui dancefloor, quando sarà possibile tornarci). Accelerated Culture è un singolo impeccabile e ci auguriamo di sentirlo su un impianto idoneo al più presto. Ma nel complesso rimane la sensazione che le premesse su cui poggia Reality Tunnels siano migliori del risultato finale. Poco male, se la maggiore attenzione mediatica che sta riscuotendo servirà a dare doverosa visibilità e meritata fama a una figura imprescindibile della musica dance anglosassone recente.

Che abbiate già familiarità con la sua discografia o che questo sia il vostro primo incontro con mister Ellis, il consiglio è lo stesso: ascoltate Reality Tunnels e apprezzatelo per ciò che ha da offrire. Poi, rovistate tra i vostri scaffali o online e (ri)gustatevi le sue opere precedenti. Vi renderete conto che, come un buon vino, la discografia di Pinch sprigiona i migliori sapori invecchiando. In attesa di sviluppi futuri, di materiale da (ri)scoprire ce n’è in abbondanza. In alto i calici e lunga vita a te, Rob Ellis.

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