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Metti una sera a cena Stefano Bonaga e Umberto “Tobia” Righi che ricordano l’amico Lucio. Pietro Marcello approfitta di questo semplice ma geniale escamotage narrativo per far conversare due delle persone che sono state tra le più legate al cantautore bolognese, che per la prima volta dall’epoca della sua morte improvvisa, avvenuta il 1° marzo 2012 a causa di un infarto, si siedono a un tavolo per decifrare l’uomo, scavare dentro l’artista, ritrovare il poeta e il musicista geniale e imprevedibile, affondare anche la lama non solo tra i suoi pregi ma anche tra i suoi difetti maggiori (un abilissimo bugiardo). Lucio Dalla è stato (i suoi amici continuano ad usare il tempo presente, e come dargli torto) uno dei cantautori più importanti del Novecento, capace di rinnovarsi di volta in volta (non solo per esigenza artistica ma economica, senza per questo doversi sentire meno meritevole), passando dal jazz sperimentale alla musica pop, coltivando il suo innato talento per la composizione e affinando quello per i testi grazie al supporto e alla collaborazione con Roberto Roversi (conosciuto dopo il periodo con Bardotti e Baldazzi).
Diviso in maniera fluida e impercettibile in tre grandi blocchi, in Per Lucio veniamo condotti per mano in una camera dei ricordi non solo di Lucio Dalla ma dell’Italia del secondo dopoguerra con un’enfasi particolare per Bologna, passata dall’essere una città contadina a una post-industriale (impietoso il ritratto che ne fa lo stesso Roversi), e per Milano, posta in contrapposizione alla prima (il cambio di prospettiva è evidente, anche per la centralità di certe dinamiche sociali e lavorative). Dopo gli esordi stentati e privi di particolare fortuna, il periodo con Roversi è uno dei più prolifici dal punto di vista della crescita artistica di Dalla e quello che gli consentirà lo slancio successivo nella composizione in proprio dei testi delle sue canzoni, cosa che lo avvierà a un successo di pubblico senza precedenti con gli album Come è profondo il mare (1977), Lucio Dalla (1979) e Dalla (1980). Gli ultimi, i reietti come estremo baluardo attraverso cui raccontare un’intera nazione, il semplice gesto quotidiano dal quale ricavare la poesia più entusiasmante, il dialogo costante con un’Italia in perenne cambiamento e trasformazione.
Dopo l’ottimo esordio nella fiction con Martin Eden, Marcello torna alla forma del documentario degli esordi (Il passaggio della linea, Bella e perduta) per restituire e restaurare un’Italia che non c’è più, che vive solamente nei ricordi di chi si rivolge alla macchina da presa (in questo caso di Tobia e Stefano) e del pubblico che guarda. L’intento del regista, quindi, non è mai quello di ricucire un tessuto agiografico del soggetto, semmai quello di fare una dedica ragionata, nostalgica (evidente nell’utilizzo dei filmati amatoriali), poetica e un filo autoreferenziale (nel ripescaggio delle immagini tratte da La bocca del lupo, che però si inseriscono perfettamente nella narrazione).
Non un film su Lucio Dalla, ma, appunto, per Lucio Dalla. Una piccola, meravigliosa lettera d’amore a un’artista sempre troppo poco compreso del tutto in vita, più complesso di quanto non desse a vedere, o forse così semplice (non c’è nulla di più difficile dell’essere semplici) che proprio per questo sfuggiva a ogni sorta di catalogazione esaustiva.
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