Recensioni

Nel 2019 l’arrivo di Martin Eden fu sconvolgente. Quello che all’epoca era considerato uno dei migliori autori contemporanei in circolazione aveva consegnato al pubblico opere di rara bellezza, conciliando l’estetica radicale e l’afflato poetico garantito da un purissimo effetto nostalgia. Documentari come La bocca del lupo o l’esperimento doc-fiction di Bella e perduta parlavano di un autore già arrivato a maturazione, con un percorso e una cifra stilistica perfettamente riconoscibili. Per il suo esordio puro nel mondo della finzione narrativa, Pietro Marcello riuscì a contaminare il passato con il suo gusto estetico, capace di sbiadire i contorni dell’inquadratura, proiettando la storia fuori dal tempo e rendendola eterna. Fu meraviglioso constatare come un’opera che ricostruisse in maniera così sognante un passato doloroso – in cui il capolavoro di Jack London veniva traslato da Oakland a Napoli – riuscisse a essere anche così profondamente innovativa.
Dopo altri due esperimenti molto riusciti e in linea con la sua filmografia – prima l’intimo documentario Per Lucio, sulla carismatica figura di Lucio Dalla, poi il film collettivo Futura, girato insieme ad Alice Rorhwacher e un altro esperto documentarista, Francesco Munzi – Marcello decide di volare in Francia dove ha intenzione di trasporre l’adattamento del romanzo Vele scarlatte, dello scrittore russo Aleksandr Grin. Anche questa volta, esattamente come per Martin Eden, ci troviamo di fronte a un tradimento, ovvero a una traduzione/trasposizione che si ispira all’opera originale ma ne stravolge/aggiorna completamente il senso e il significato ultimo. Dalla Russia post-rivoluzionaria, si passa così al nord rurale della Francia, all’indomani dell’armistizio dopo la Prima Guerra Mondiale, un’epoca che Marcello dipinge con un assoluto rigore estetico e una fedeltà pittorica impressionante (merito della splendida e caldissima fotografia di Marco Graziaplena).
La piccola Juliette cresce in una piccola comunità ai margini della società, aiutata dal padre Raphaël, esperto artigiano rimasto vedovo, e dalla emancipata Adeline. La piccola, a causa della sua natura spensierata e sognante, viene malvista dagli abitanti del piccolo villaggio adiacente, e questo la porterà a isolarsi. Un giorno, in riva al fiume, incontra una strana donna, ai suoi occhi una maga, che le predice che un giorno, quando vedrà delle “vele scarlatte”, potrà finalmente essere libera di andarsene. Questa stramba profezia, però, sembra avverarsi quando un aviatore piove letteralmente giù dal cielo e si innamora di Juliette.
Proseguendo un discorso in grado di coniugare perfettamente l’epica del racconto al naturalismo magico delle immagini, Marcello confeziona quella che solo all’apparenza è una piacevolissima favola senza tempo, ma che a un’analisi più approfondita assume i contorni di una disamina del mondo contemporaneo, in cui il passato non è più passato ma è il presente in cui ci muoviamo. Non è un caso che la piccola comunità in cui nasce e cresce Juliette sia un esempio ante-litteram di quella società fluida ed emancipata che oggi riconosciamo bene (e che trova nel personaggio di Adeline la sua massima espressione). La stessa Juliette è arricchita di connotazioni uniche che non fanno altro che portare avanti un discorso umano (barbaramente potremmo dire femminista) prima ancora che sociale.
Quest’ultima componente, poi, non viene mai meno nel discorso politico di Marcello, che qui si configura proprio come il negativo del precedente Martin Eden. Se nel lungometraggio del 2019 il personaggio interpretato da Luca Marinelli finiva per sacrificare tutta la sua umanità in favore di una scalata sociale impossibile agli occhi di un mondo che non è mai stato suo per diritto di nascita, ne Le vele scarlatte la giovane Juliette è allo stesso modo relegata ai margini, additata come “pazza”, ma sceglie consapevolmente il suo destino, ovvero di sacrificare una vita sicuramente più agiata per non voltare le spalle agli affetti, a quel padre che le è sempre stato accanto, alla madre putativa che le ha aperto gli occhi sul mondo. A Juliette, quindi, non rimane altro che il sogno, configurato come unica vera fonte di speranza salvifica e rigeneratrice. In questo senso, il magnifico finale assume un significato che più moderno non si potrebbe.
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