Recensioni

A 5 anni di distanza dal loro ultimo album (Purgatorio del 2011), i Piet Mondrian ridefiniscono e consolidano con Di Che Stiamo Parlando la loro concezione di synth pop come segno e ideale colonna sonora di questo oscuro periodo del terzo millennio, età di decadenza etica, di dispersione e perdita di sistemi valoriali convincenti e accettabili, e quindi del senso generale di smarrimento sociale e individuale. Basilarmente, il duo – Michele Baldini (voce, chitarra) e Francesca Storai (voce, tastiere, percussioni) – che sei anni fa aveva sostituito la precedente cantante Caterina Polidori, ha mantenuto inalterate le influenze precedentemente ravvisate nei primi due album: spleen esistenzialista alla Baustelle e recitato rassegnato alla Offlaga Disco Pax. Tuttavia in questo nuovo album, il gruppo ha ritenuto di precisare e approfondire concettualmente la propria offerta musicale.
Assistiamo infatti all’inizio dell’album a una darkwave cupa e depressa, propulsa da tenebrose linee di basso e synth e da un battito metronomico (Te Ne Vai, Tu Sei Il Paradiso, Canetti): qui la musica viene usata in senso didascalico per ampliare e sottolineare il testo (disperato e rassegnato, nella descrizione di una realtà senza alternative). Nel prosieguo dell’album, la musica si apre a costruzioni armoniche più luminose e ariose, grazie a cadenze più ballabili e quasi funky-pop (Morte Oggi, Rumore Bianco): qui la musica è usata in senso ironico e paradossale per descrivere sempre la stessa disperata realtà, però attraverso armonie brillanti e vivaci, quantificando quasi fisicamente la distanza espressiva fra forma artistica (la musica) e concetto espresso (testo della canzone). Forse sto azzardando, ma appare difficile non pensare a un’operazione che riecheggia in musica il concetto di decostruzione delle categorie metafisiche della filosofia di Derrida (a cui è infatti dedicato un brano omonimo): nell’album, infatti, a seconda del momento, la frase musicale mette in luce quanta differenza e/o distanza temporale e semantica ci sia fra essa stessa e la frase parlata.
Al di là di questi ambiziosi parallelismi (che valgono quel che valgono), i Nostri hanno perfezionato in questo LP uno stile che fonde ispirazioni diverse come lo swing, il minimalismo, lo zen e la psichedelia (a volte morbosa), per forgiare un synth pop sinistro, elegante e deviante. Allo stesso tempo, il duo ha riportato alla luce la breve e luccicante traiettoria del new pop dei primi anni Ottanta, nato come costola del post-punk (sfruttare la qualità, la distinzione e soprattutto le possibilità commerciali del pop per cambiare il sistema dall’interno, secondo una tipica logica “entrista”) ma poi diventato genere celebrativo dell’esistente, per usarlo questa volta come descrizione e denuncia stranita e deviata di un’esistente troppo orribile e insensato per essere preso veramente sul serio.
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