Recensioni

Che Pierpaolo Capovilla tendesse ad esondare in un percorso da solista era ampiamente prevedibile, così come lo scarto rispetto ai (diversi) solchi stilistici scavati con One Dimensional Man e Teatro degli orrori. L’esperienza di Majakovskij poi raccontava appunto di un Capovilla più intenso che impetuoso, sulle tracce di suggestioni letterarie e teatrali che francamente non avremmo mai sospettato ai tempi in cui maltrattava il basso e blaterava assalti furibondi come frontman dell’omino monodimensionale. Nulla di male in questo, anzi, sarebbe stato più triste e arido un perpetuarsi a dispetto dei santi e dell’età.
Resta il fatto che, al netto di ciò che un ascoltatore medio rimpiange di ciò che ha amato, se nasci spigoloso non muori felpato, o almeno non del tutto. Certe attitudini rimangono impronte forti, calligrafie su cui puoi lavorare senza però evitare che mantengano quel segno e quell’andatura, che d’altra parte è ciò che le rende inconfondibili. Affidando la parte musicale a Paki Zennaro (assieme al quale ha già collaborato per l’allestimento di La religione del mio tempo di Pierpaolo Pasolini), Capovilla tenta quindi di ritagliarsi addosso la figura di autore e interprete, accollandosi eredità eterogenee che spaziano da Brel a Waits, dal reading brumoso Massimo Volume alle sofisticazioni pop (electro e orchestrali) di uno Scott Walker, passando dagli assalti wave blues Depeche Mode con licenza di intrecciare trame etno-funky.
Un menu troppo vario solo sulla carta, perché in realtà ad unificare il tutto pensa il timbro, il piglio, la personalità di Capovilla, il suo reading come un bulino di tracotanza e affettazione (Come ti vorrei) oppure quel lirismo sdegnoso attraversato da una vena di febbrile misantropia (Invitami). Il cambio di scenario fa spiccare più che in passato il vezzo di mettersi sullo scranno dell’interprete per sputare addosso a quelli che si aspettano una prestazione canonica, ed è un bene quando come nell’accattivante/struggente Irene funge da antidoto alla banalità, altrove però stride e sballa gli equilibri, come nella tensione desert con sofisticazioni da chansonnier de Il cielo blu.
Nel complesso quindi, valutata la qualità di intenzioni, intuizioni (soniche e dei testi) e impegno profusi, ad affiorare ahinoi è la scollatezza della proposta: se la tracotanza ruvida e la scontrosità beffarda da mattatore ribaldo erano il valore aggiunto del bailamme elettrico ODM (e del Teatro), calato in questa dimensione diventano zavorre fastidiose, inclinazioni che soffocano il potenziale di pezzi che meriterebbero più respiro e meno “personaggio” al timone. Vedi la waitsiana Quando, l’estrosa La luce delle stelle o la tensione “civile” di Ottantadue ore. Di contro c’è una Bucharest che da buona eccezione è una conferma, visto come il canto sa abbandonarsi al giusto grado di languore facendo respirare come si deve l’estro da Sanremo “alto” ed il sottotesto irrequieto. Finisce che gli aspetti più apprezzabili sono certe scelte d’arrangiamento, su tutte quelle della title track coi synth ora traslucidi e ora agghiaccianti in un contorno di fiati e piano.
Nel complesso la ricetta è interessante, con la giusta dose di capovillismo (in meno) potrebbe diventare notevole. Possa o meno piacere il personaggio – e va detto che Pierpaolo fa di tutto per non vincere il titolo di mister simpatia – scelte forti e persino presuntuose come questa non possono che fare bene ad una scena troppo spesso incapace di smuovere le acque.
Amazon
