Recensioni

«Alla fine del 2017 la compagnia di teatro contemporaneo “Città di Ebla” ha commissionato a Pieralberto Valli una parte del lavoro “Le visioni di Zosimo”_CONsensu Patris, ossia uno studio corale sul senso del sacro e sulla figura del padre. Questi i due concetti chiave da cui partire, per un totale di circa venti minuti di musica e parole. Le parole scelte sarebbero state le uniche dello spettacolo. Accettato il compito, Valli ha cominciato a scrivere, ispirato da letture e riletture di testi di varia natura (studi sulla Bibbia e il Cristianesimo, testi di Jung, Ermete Trismegisto, e anche visioni più “olistiche” come quelle di Annick de Souzenelle), e in pochissimo tempo sono nati circa 20 movimenti, o canzoni possibili, da ultimare, perfezionare, rivedere. Tre sono poi andate in scena nel maggio del 2018, ma tutto quel patrimonio si è poi coagulato nell’idea di un album».
Questo, in sintesi, il processo che ha portato alla nascita del secondo album solista di Pieralberto Valli, Numen, esperienza di ascolto poi rateizzata per una buona metà della tracklist – nove brani su quindici – lungo tutto il 2019 in forma di streaming audio di singole canzoni pubblicati periodicamente. Un modus operandi che, lo ammettiamo, ce l’ha fatto un po’ perdere di vista in quella fiumana inarrestabile e folle che è diventato ultimamente il mondo delle pubblicazioni discografiche, ed eccoci dunque a recuperare in questa sede dando al suddetto lo spazio che merita. Anche perché Valli è uno che non si può far passare sotto silenzio, considerata la qualità media dei suoi dischi da solista o con i Santo Barbaro.
Rispetto all’ottimo Atlas dato alle stampe nel 2017, Numen pare quasi una scena al rallentatore, un sogno narcotico in cui le derive thomyorkeiane del Nostro vengono ancora più accentuate, e fanno il paio con gli ormai consueti amori trip hop. C’è da dire che i codici espressivi ed estetici scelti per veicolare il materiale sono meno ortodossi rispetto al canone bristoliano applicato ad altri lavori – a parte forse Moltiplica e Salomé – e più legati a un ripensare ai singoli dettagli col fine di scomporre il suono, in un certo senso anche espanderlo, tenendo al centro del discorso il pianoforte. È uno scendere consapevole verso certe interiora emozionali ancora più profonde, sottolineate da un cantato appena percettibile, e dall’alternarsi di ritmiche lente, ampi spazi e melodie malinconiche. A titolo d’esempio l’iniziale Non fare tardi, perfetto testimonial per definire il tono generale di tutto il disco, o magari Dimenticare.
Vero è che rispetto al passato è forse più complicato empatizzare con testi evidentemente sintonizzati sul concept dello spettacolo per cui sono stati scritti, così come è vero che Numen non è stilisticamente vario e immediatamente comprensibile come altri dischi di Valli. Eppure a fine ascolto la sensazione è di aver maneggiato una materia pulsante e viva, resa appieno tra l’altro da scelte di missaggio che ingigantiscono il portato espressivo del disco, garantendogli un buon impatto su chi ascolta e la corretta prospettiva.
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