Recensioni

La storia dei Phish ha in sé gli elementi seminali del mito. Ed ha inoltre le stimmate dell’impegno indefesso, della decisione risoluta e creativa e dell’inesausta certezza di potersi ritagliare un posto nella storia del rock grazie a una indiscutibile professionalità. La loro vicenda inizia come quella di uno dei tanti gruppi formati nei college americani negli anni ‘80 e ‘90. Il luogo è l’Università del Vermont, 1983, con protagonisti i chitarristi Trey Anastasio e Jeff Holdsworth, il bassista Mike Gordon e il batterista Jon Fishman: nel 1985 arriva anche il tastierista Page McConnell e, dopo l’abbandono di Holdsworth, la line-up rimane un quartetto. Fin dall’inizio il gruppo gioca le proprie carte sul continuo affinamento. Già nel 1986 ha composto sei differenti demo di musica sperimentale (il CD White Tape, poi diventato il primo album), e si è assicurato il supporto del liutaio Paul Languedoc (diventerà poi il tecnico del suono del gruppo) – che costruisce due chitarre per Anastasio e due bassi per Gordon, conferendo un tratto unico e distintivo allo stile della band – oltre che di Richard Wright e Jim Pollock, i cui studi sulla registrazione sperimentale multi-traccia diventano fondamentali.
Nel 1987 Anastasio compone un concept-album come tesi di laurea: l’ampliamento di queste tracce diventa poi il secondo album dei Phish (Junta). Contemporaneamente, il gruppo fa la sua brava gavetta nei pub e affina le sue doti con prove maniacali e sistematiche. Al loro primo vero concerto a Boston, i Nostri riempirono il locale grazie ad una folla di loro fan del Vermont avvisati attraverso il tam tam locale. Da qui parte una dinamica d’interazione fra gruppo e pubblico che porta la band ad adottare un linguaggio segreto con i fan, a coinvolgerli nei loro concerti nella creazione di jam uniche e irripetibili (con le Big Ball Jam e le Rotation Jam) e a creare un newsgroup Usenet. Quando i Phish firmano un contratto con Elektra nel 1991, il gruppo ha già fatto due tour nazionali senza aver ancora pubblicato nemmeno un singolo, accompagnato da una fama quasi leggendaria: è allora che vengono finalmente pubblicati The White Tape (o Phish), Junta e Lawn Boy (il prodotto delle loro sfiancanti prove in sala). Poi esce il primo album “ufficiale” della band, ovvero A Picture Of Nectar.
Al di là degli stracitati riferimenti ai Grateful Dead e a Frank Zappa (a cui i Nostri sono accostati per la predilezione per l’improvvisazione e il ricorso al jazz), i lavori dei Phish rinnovano la tradizione del progressive rock inglese degli anni ’70 pervenendo non a una nuova forma di canzone pop romanticheggiante (come ne caso di Genesis e Yes) o infiltrata da elementi jazz blues (Colosseum), ma a uno stile che si nutre di temi classici (rock, blues, jazz, swing, country, folk, jazz, progressive) e muta sistematicamente assecondando la creatività del gruppo con una facilità tanto sorprendente da annullare ogni possibilità di prevedere il passaggio successivo. Di conseguenza, risulta quasi inimmaginabile poter canticchiare un loro brano: ogni canzone dei loro LP in studio è solo una versione di quella canzone eseguita dal vivo chissà dove. Strutture libere, elaborate partiture, improvvisazione, diluizione delle melodie, passaggi eccentrici, frenetici cambi di tempo e chiave sono gli elementi strutturali del sound dei Phish: ogni brano è innanzitutto da godere estaticamente.
Con Picture Of Nectar, pubblicato il 12 febbraio del 1992, la band tende ad arginare la tendenza centrifuga dei brani-jam, ancorando il nucleo della canzone ad una melodia ben precisa da cui partire per cesellare escursioni fra temi jazz (Llama, Cavern, Magilla), ragtime (Poor Heart), reggae (Guela Papyrus), latin rock (Landlady), world music (Glide), boogie (Tweezer, Chalk Dust Torture), fusion (The Mango Song) che sembrano più vere dei modelli a cui si ispirano. Piccoli pezzi in miniatura vengono poi usati come “pause” (Eliza, Manteca, Faht/Catapult). Tecnicamente ogni brano si regge sul costante interscambio fra basso, chitarra e un pianoforte sempre brillante e denso di inventiva, mentre la batteria agisce da amalgama: in pratica c’è un’idea nuova ogni minuto. Ciò consente all’ascoltatore di abbandonarsi alla fruizione dell’album senza mai imbattersi in uno sfoggio di vacuo cerebralismo (come negli ultimi Soft Machine) o in costruzioni ardite ma glaciali e pedanti (come negli Yes post-periodo aureo). I Phish sembrano costantemente trasmettere la voglia di suonare canzoni per divertirsi e divertire chi li ascolta. Campioni del virtuosismo come normalità, i Nostri sono sempre stati alieni da pose da rockstar, preferendo lo status più rassicurante del musicista artigiano.
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