Recensioni

An Ark of the listener prende spunto dagli oscuri sonetti di "The Wreck of the Deutschland" del gesuita Gerard Manley Hopkins, ordigno di mistica negativa la cui visioni apocalittiche pare abbiano stregato l'inconsolabile Philip Jeck, sempre alla ricerca di un equilibrio spirituale.
All'appuntamento l'artista inglese si presenta armato dei soliti attrezzi e fini: una casio da mercatino, vecchi fonografi modificati, un delay della boss e un DAT mandati più o meno in random con l'aggiunta di riverberi parasinfonici. Che tradotto significa: i loop disintegrati di William Basinski e i rigurgiti memoriali di Janek Shaefer, con l'unica differenza che qui i suoni non collimano più, non s'infrangono più come onde.
A parte The all of water e The pilot, dove affiora un po' della stralunata ricchezza dei debordanti esordi, il resto pare ripiegato su se stesso, privo di ricami. La mistica del gesuita si traduce così in un b-horror monotimbrico e avviluppato nel disagio isolazionista dell'artista inglese che pare essersi lasciato alle spalle la vena maledetta ed essenziale dei suoi importanti inizi.
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