Recensioni

7.3

Margaret Chardiet torna su Sacred Bones con il progetto Pharmakon a un lustro dall’ultima volta (con Contact). All’indagine sul controllo psichico e la sua perdita, sul distacco e la scissione tra mente e corpo e ancora sul corpo come barriera superabile attraverso la perdita di coscienza, in Maggot Mass ne subentra un’altra di natura critica su basi squisitamente sociologico-antropologiche. Al passo di litanie sataniche, nel solco dell’industrial e post-industrial, che in quest’occasione cedono sul fronte noise per far spazio a una putrescente vena goth punk, Chardiet esplora la relazione disfunzionale dell’umanità con l’ambiente che la circonda e le altre forme di vita.

«Come possiamo riconciliarci con la morte quando imponiamo su di essa le stesse strutture gerarchiche che esistono nella vita? Vale la pena vivere nell’isolamento di questa solitudine autoimposta come specie?», si domanda. E ancora, «Il patrimonio culturale occidentale impone una gerarchia che pone l’uomo al vertice, separato dal mondo naturale. Questa illusione trasforma i corpi in oggetti, la terra in proprietà, e le persone in strumenti sacrificabili».

Ne viene fuori della doom music iconoclasta che ricorda i primi Swans, con Diamanda Galás al posto di Michael Gira. E al netto di un’estensione vocale e timbrica non paragonabile, sembra proprio Galás il riferimento concettuale della cantante in questo mini album, imparagonabile per slancio operistico né per doti tecniche, ma decisamente affine per estetica e oggetti d’indagine.

Maggot mass, ovvero “massa di larve”, è quindi un simbolico ciclo di morte e rinascita poiché i vermi svolgono un ruolo fondamentale nella decomposizione e nella rigenerazione della vita. E destrutturazione e ricompattamento, in questo caso dell’universo noise, sembrano essere centrali negli sviluppi sonori dei cinque pezzi dell’album: tra lunghe litanie di post-industrial putrescente (Wither And Warp), deliqui power-noise in bassa battuta (Methanal Doll e Splendid Isolation), power electronics urticante (Buyer’s Remorse) e una devastante suite conclusiva (Oiled Animals) che è un lungo rantolo di sofferenza pura, Pharmakon “cura” (o quantomeno ci prova) la disfunzionalità dell’essere umano nei confronti dell’ambiente circostante e del mondo animale, con un album tanto crudo nelle sonorità, quanto aspro nelle modalità e attuale nelle posizioni.

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